John Gabriel Borkman di Henrik Ibsen

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La storia si sviluppa e si esaurisce in un contesto familiare dove tutti sono contro tutti, dove un livido rancore li separa. E’ un microcosmo di falliti, di frustrati. Borkman grande finanziere che lo sfrenato egotismo e ambizione lo hanno portato per otto anni in prigione per bancarotta – è tornato a casa e vive ostinatamente solo in un appartamento dove si illude che si ripresenti la grande occasione per tornare sulla scena della finanza. Solo un amico (Foldal) lo frequenta ed è l’unica persona, anche lui fallito (come poeta) a cui confida i propri progetti di riscatto. La moglie Gunhild (con la quale Borkman non ha rapporti) abita nell’appartamento sottostante e vive nella speranza di riconquistare l’amore del figlio Erhart che quand’era bimbo è stato dato in adozione alla sorella gemella Ella. Il rapporto fra le due donne è caratterizzato da una glaciale violenza alimentata da Gunhild che rivendica la propria legittima maternità. Ella, che a suo tempo amò (e tuttora ama) il cognato, nutre l’unico desiderio (ora che è molto malata) di vivere gli ultimi anni accanto a Erhart il quale, per sottrarsi alla cupa atmosfera familiare, fugge di casa con una disinvolta signora dell’alta società. Ella ha nei riguardi del cognato un rapporto di amore e odio alimentato dall’accusa di averla allora lasciata per la carriera e di avere frustrando il suo desiderio di maternità. Sconvolto e deluso, Borkman esce di casa seguito dalla cognata e, in un paesaggio di neve e di freddo, prende congedo dalla vita. Una morte che avviene in sordina, semplicemente, senza l’immanenza del tragico.
In questo dramma nietzschiano l’accusa principale contro Borkman è di aver “ucciso” l’amore.

In una raggelante atmosfera di morte i personaggi di questa commedia vivono nell’illusione di realizzare una volta nella vita un sogno, un’idea assillante che ne condiziona l’esistenza. Sono personaggi in preda alla contraddizione tra le loro capacità e le loro ambizioni, tra la inconsapevole finzione e la realtà.

La vita di questi personaggi è il paradigma di una condizione esistenziale diffusa ieri come oggi, si dibatte fra ricordi dolorosi di un passato ormai lontano e una realtà che affoga nella solitudine, aggravata dall’alienante autoinganno di credere, di progettare, di sperare. E’ una piéce ricca di allusioni che sfumano il segno naturalistico in un accentuato interesse per simboli e visioni.

Il vigore di questo capolavoro drammaturgico è accompagnato da una classica semplicità di azioni. La vicenda è raccontata da Ibsen/Piero Maccarinelli (che ne ha curato l’adattamento) con una scrittura veloce, un ritmo teatrale equilibrato e una profonda analisi psicologica dei personaggi.

Eccellente l’interpretazione di Massimo Popolizio che bene interpreta la nevrosi dell’uomo dallo smisurato ego che si sente immeritatamente tradito dalla società. Bravissima Manuela Mandracchia nell’esaltare la forte e complessa personalità di Ella. Brava anche Lucrezia Lantedella Rovere nel rappresentare la figura di Gunhild, donna nevrotica, frustrata e, nello stesso tempo, vittima dei suoi desideri repressi. Mauro Avogadro caratterizza bene la parte di Foldal, l’amico poeta mancato. Di buon livello gli altri attori da Alex Cendron a Ilaria Genatiempo e Camilla Diana.

Belle nella loro semplicità le scene di Carlo Da Marino e i costumi di Giuanluca Sbicca, funzionali le musiche di Antonio Di Pofi e le luci di Umile Vainieri.

Bravissimo Piero Maccarinelli nell’adattare il testo di Ibsen e dirigere senza forzature il complesso meccanismo drammaturgico nelle varie declinazioni (interpretazione, tempi, scene, musica e luci).

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