“Il Servitore di due padroni” di Antonio Latella

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fotoPensare, nei giorni nostri, che si possa interpretare Goldoni esattamente come ci è stato tramandato, è anacronistico. Eppure la riscrittura de “Il servitore di due padroni” dell’autore veneto, andato in scena all’Arena del Sole con la regia di Antonio Latella e la drammaturgia di Ken Ponzio è stata percepita, da molti, come un’eresia. Ma non è questo che dovrebbe fare un artista, creare cose nuove partendo dalla tradizione? Interiorizzare il patrimonio culturale e plasmarlo per parlare al presente e guardare al futuro? Usare un classico come un pre-testo per raccontare il nostro tempo, le nostre inquietudini, quello che ci sfugge e non riusciamo più a cogliere è una provocazione necessaria se si vuole un teatro vivo e pulsante.

“Noi non ci lasceremo ingannare dai suoi modi moderni e suadenti” dice un personaggio. Questa frase sembra essere profetica pensando al pubblico che scalpita sulle sedie. Un pubblico che rifiuta un’interpretazione inedita di una storia che, se raccontata didascalicamente, rassicurerebbe di più ma perderebbe il contatto con il nostro tempo e ci impedirebbe di guardare in faccia noi stessi.

E così la hall di un albergo anni Sessanta diventa il nuovo scenario per accogliere personaggi noti al pubblico, ma qui rinati con nuove vesti. Ognuno di essi diventa un archetipo per esprimere qualcosa d’altro.

C’è Brighella, qui direttore d’albergo, che ha il ruolo di testimone di tutta la vicenda, attraverso un citofono evidenzia gli accadimenti, i gesti dei protagonisti e perfino le pause. C’è Arlecchino che si toglie il suo solito abito a scacchi per vestirsi di bianco, un colore neutro, come vuole esserlo questo “Arlecchi-no” che nega se stesso e dice a Smeraldina: “Sono chi vuole che io sia”. Questo personaggio porta in sé il seme della morte e della rivoluzione, entrambe sinonimo di trasformazione, ossia mutamento nella forma (proprio come l’operazione fatta dal regista con l’opera settecentesca).

Federico Rasponi, creduto morto all’inizio della pièce, è colui intorno al quale gira l’intreccio di tutta la vicenda. Infatti, questi, promesso in sposo a Clarice, si crede defunto a causa di un conflitto con l’amante della sorella Beatrice. Clarice può così coronare il suo sogno d’amore con Silvio, il figlio del dottor Lombardi. In Latella, però, tutto quest’orditura è portata al massimo della sua ambiguità. Così non solo Beatrice veste i panni del fratello, come nell’originale, per impossessarsi della dote di Clarice, ma circuisce quest’ultima con le sue attenzioni e dopo averle confessato di essere la sorella di Rasponi, la seduce ugualmente e le procura un piacere inaspettato, che fa scoprire a Beatrice le gioie di una relazione con una donna. Ma l’ambiguità coinvolge anche il sesso maschile: Arlecchino – che scopriamo essere Federico Rasponi – diventa l’amante di Florindo Aretusi, il promesso sposo della sorella che torna sotto il falso nome di Orazio Ardenti. Un intrico fittissimo di sentimenti, di emozioni contrastanti tra loro di omosessualità e anche incestuoso, considerando l’amore morboso che lega Beatrice e Rasponi-Arlecchino.

Smeraldina ha il compito di muovere la coscienza critica e far riflettere sul valore e l’importanza del Tempo. Lo fa prima incitando Clarice, a procrastinare meditando su ciò che più desidera, ricordandosi che la vita è sua e di nessun altro e che lei ha il potere di farne ciò che vuole. Poi, rivolta verso il pubblico, Smeraldina lancia un j’accuse sulla falsità del nostro tempo “vogliamo vedere la verità in modo chiaro e indelebile?” “vogliamo trasformare i nostri demoni in angeli?” e guardandoci negli occhi ci dice di fermarci, di prendere tempo, di rallentare e imparare una canzone che ci insegni come respirare. Pantalone, padre di Clarice e unico personaggio al quale è rimasto il dialetto veneto, diventa il simbolo della prepotenza – soprattutto nei confronti della figlia che manipola a suo piacimento. E quando questa decide di ribellarsi e di far valere le sue idee lui afferma: “Le opinioni non hanno mai cambiato le cose”. Adeguarsi è la parola d’ordine di Pantalone. I soldi sono il motore per il quale agire.

Nessun personaggio indossa la maschera, come vorrebbe la commedia dell’arte della quale rimangono in alcune scene i movimenti caricaturali. Non c’è più spazio per la finzione nell’opera di Latella. La stessa scena è scarnificata. L’ossatura della scenografia viene smontata a scena aperta dagli attori come per svelare, togliere la “maschera” anche al teatro, denudarlo delle sue sovrastrutture e trovarne l’essenza. “Ricominciamo, vi prego” dice Beatrice e, cercando disperatamente un altro epilogo, corre impazzita per tutta la scena e anche lei si denuda, per uscire dai suoi panni, per trovare l’altra sé che vorrebbe.

Arlecchino, invece, ripete il famoso “lazzo della mosca” in modo ossessivo, prima lentamente e poi sempre più veloce e nel frattempo parla al pubblico delle larve (che, guarda caso, dal latino significa “maschera”) e ci racconta che sono animali ovipari soggetti a mutamento.

E poi, per finire, una candela e una voce (Quella di Roberto Latini/Arlecchino)e la storia ricomincia. Perché così è la vita: nulla si distrugge, tutto si trasforma.

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