Una notte in Tunisia

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fotodi Vitaliano Trevisan

regia di Andrée Ruth Shammah

con Alessandro Haber

e con Maria Ariis, Pietro Micci, Roberto Trifirò

 

Quella che Vitaliano Trevisan crea non è trasposizione teatrale di un personaggio storico, ma una sua evocazione. Lontano da qualsiasi giudizio politico, il testo offre la rappresentazione del Craxi uomo, che Alessandro Haber plasma senza la minima allusione imitativa, solo costruendo una gestualità nervosa, un cinismo spudorato, una malattia straziante, anzi più di una: il tumore, il diabete, la politica. La politica che è costantemente incombente, come lo era nella testa del signor X, e diventa sfondo, interlocutore, nemico. La politica è la madre che l’ha cresciuto, avvicinandolo alla sua patria, e la matrigna che l’ha cacciato, interponendosi fra lui e l’Italia. L’Italia odiata che lo odia, dove non tornerebbe nemmeno in bara, finge di pensare. La verità è che odia tutto, la Tunisia, la bettola dove abita, le guardie, l’ipocrisia di sua moglie (Maria Ariis), suo fratello (Roberto Trifirò) – che viaggia per lavoro, lui, per arricchimento! Odia le sigarette, che non le sanno fare, qui, le sigarette. In Italia sì che le sanno fare, le sigarette. Nemmeno Cecchin (Pietro Micci) fuma più, da quando ha smesso lui. Hanno smesso tutti, da quando ha smesso lui, con le sigarette italiane. Ed è inutile leggere i giornali italiani, se non si può goderseli insieme a una sigaretta italiana. Dietro di lui c’è il mare, ma lui non se ne accorge. Cerca una sigaretta, lui. Gliela trova Cecchin, l’unico che non odia, che è rimasto dalla sua parte. Il signor X non legge la rassegna stampa italiana, non vuole sapere quello che pensano di lui, ha già davanti un leggio con scritto tutto quello che egli stesso pensa, l’Italia come lui l’ha stabilita. Ma non lo intona con voce sonante davanti a un’assemblea, lo borbotta, distratto, alla rinfusa, un po’ a Cecchin, un po’ a se stesso. È una metafora continua, che il signor X attua e subisce da se stesso. Quello che sente inevitabilmente lo disegna sulla scena con i movimenti automatici delle mani e con i ritmi spezzati della voce. La sua tensione è tangibile, completamente visibile per lo spettatore, accompagnato a riconoscere nella rabbia e nella malinconia di ogni suo singolo tic un’idea, un pensiero, una critica. Il dramma di un uomo abbandonato a se stesso è amplificato se quell’uomo era un politico di spicco che da un giorno a un altro, quasi per caso, si vede portar via tutto e scappa in quello che è crudelmente ironico definire ‘esilio volontario’. È qui che sta la profonda teatralità della vicenda, il potenziale scenico di un pezzo di storia a cavallo tra passato e presente. Quello di Craxi è un declino esemplare, è l’archetipo della sconfitta autoinflittasi da un uomo che ha contaminato la politica coi propri interessi e ha stretto un legame tanto forte tra la sua vita e la sua politica che appena qualcosa avesse vacillato era inevitabile che crollasse tutto. E ha perso tutto. Ha una scarpa da ginnastica e una da sera, come uno che non sa dove andare e, anche se si decidesse, non sarebbe adatto a nessuna meta. “È proprio attraverso il teatro ed il cinema – ha detto Haber – che riusciamo a ragionare sulle cose, ad essere presenti a quello che ci circonda, prendendone coscienza. Ed è in questo senso che intendo e vivo l’arte dell’attore” ; in quest’ottica l’apparente spersonalizzazione del protagonista, il suo parziale scorporamento dal Craxi personaggio politicoha una rinnovata valenza generalizzante che offre spunti di riflessione di estensione più ampia e che permette un approccio allo spettacolo e alla Storia che sia obiettivo e scevro di clichè, come si addice ad un’opera d’arte che non ha bisogno di critici.

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