La Madre di Bertold Brecht

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fotoIl Teatro Elicantropo – Anonima Romanzi e Prospet presentano “La Madre” di B. Brecht con la regia di Carlo Cerciello.

È un testo di B. Brecht che parla di operai, di rivoluzione, di sindacati, di stipendi da fame, di analfabetismo e di fame di cultura e di riscatto. Scritto nel 1932, tratto dall’omonimo romanzo di Maxim Gorki del 1907, narra la storia di Pelagia Vlassova che convertita al pensiero politico del figlio Pavel e dei suoi amici, viene coinvolta nelle loro azioni clandestine e per questo chiamata da tutti La Madre. Siamo alla vigilia della rivoluzione d’ottobre e Brecht ne racconta le condizioni che hanno portato ad un cammino ascensionale. È la storia di una coscienza che si emancipa.

Se io sono padrona della mia casa e nella mia casa della mia tavola e quindi posso fare quello che voglio… anche il padrone della fabbrica può fare quello che vuole ed anche ridurre lo stipendio perché è il padrone..” dalla logica piena di apparente buon senso, la Madre arriva, pian piano ma neanche troppo piano, a distribuire volantini e poi stamparli e poi sempre di più in prima linea con gli amici del figlio…

E’ la storia di una inevitabile adesione alle tesi rivoluzionarie, come inevitabile è la vita con le sue mille contraddizioni, così la Madre, che all’inizio dello spettacolo ci racconta di come misera e insapore sia ormai la minestra che riesce a mettere sulla tavola del figlio, a causa della riduzione costante del salario, – c’è sempre un copeco in meno – arriva nel finale a portare la bandiera del corteo affrontando la polizia a petto aperto perché “…tanto la polizia non può fare niente…è una manifestazione pacifica..” e invece…

La madre (una magnifica Imma Villa, che ha vinto il premio Antonio Landieri 2013 per ” aver interpretato la rivoluzione da mamma, da donna, da straordinaria attrice”) gestisce la scena con padronanza di movimenti misurati, morbidi, precisi e nervosi, ma mai avari di emozioni, e passa dalla drammaticità dei toni dolorosi alla risata piena e contagiosa della scoperta dell’azione. È commovente ed anche emozionante assistere alla graduale trasformazione del personaggio: da madre preoccupata solo della sicurezza del figlio e della sua frequentazione con persone poco raccomandabili alla ragionata comprensione della necessaria lotta rivoluzionaria. Dopo l’arresto del figlio, viene portata a casa del maestro perché non si interessi di politica, ma come un virus contagia tutti e… sboccia il fiore della rivoluzione ovunque ella cammini.

Quando nella scena, dichiarata dal cartello “la casa del Maestro”, iniziando la prima lezione per insegnare a leggere e a scrivere, il Maestro scrive *onda, nido e pesce*, gli operai scontenti si ribellano: vogliono imparare altre parole: operaio – lotta di classe – sfruttamento.

È un impatto forte, con quadri fotografici suggestivi ed evocativi .Gli attori, con i volti marcatamente espressivi, truccati da Gennaro Patrone e Imma Ferrari, in una delicata armonia di colori nei costumi di Anna Ciotti e Anna Verde, immediatamente riportano al tempo e al luogo della rappresentazione e fanno vivere, rendendoli tridimensionali, i famosi manifesti delle rivolte contadine.

L’avanzata di uomini e donne, armati solo della propria fame e pieni di ingenua speranza nella giustizia e nella bontà dei padroni, prendono in scena forza nelle istantanee occupazioni dello spazio. La geometria del palco si dilata amplificando le tangenti con movimenti di rapida arrampicata su tralicci che stanno ai margini, come a delineare un campo minato. La scena che cambia viene indicata con cartelli appesi: La casa di Pelagia Vlassova, la casa del Maestro, il cortile della prigione, la strada. Bastano poche lampadine colorate, appese da un lato all’altro della struttura della bella ed essenziale scena di Roberto Crea per rendere comunicativa l’atmosfera semplice e genuina della festa del 1° Maggio.

Con un continuo e preciso spostamento di elementi (cubi, lavagne, bandiere, cartelli) e una frenetica alternanza di entrate-uscite dal fondale opaco, a tagli verticali, in cui ogni striscia che si muove, rimanda alla frammentaria precarietà della vita, che non ha più alibi per nascondere la verità, gli attori bravi nella compattezza della recitazione corale con ritmo e forza trasudano dal palco, urlando, la propria disperazione. Sì, è uno spettacolo urlato, voci che aggrediscono la platea, volti duri che guardano fissamente avanti e lo spettatore si sente chiamato in causa, non può rimanere indifferente. Deve prendere posizione. Sì! Gli attori sono bravi a richiamare emozioni nascoste nel fondo dell’animo e rispondono perfettamente alle indicazioni della regia chiara nella complessità dell’azione che rende un piccolo palco un’immensa piazza dove si consuma il dramma del popolo rivoluzionario.

Commovente ed a tratti nostalgico per chi ha vissuto gli anni del secondo novecento ed invece nuovo e “rivoluzionario” per i tanti giovani che poco conoscono Brecht e il Teatro di Impegno Civile.

Lo spettacolo è bello e la regia capace e convincente di Carlo Cerciello merita di diritto i premi ricevuti: il Premio Museo Cervi Teatro per la Memoria XII Festival Teatrale di Resistenza 2013 e il Premio A.N.C.T. Associazione Nazionale Critici di Teatro ed.2013.

Il finale, geniale, va a chiudere lo spazio della quarta parete e con sintesi struggente imprime nello spettatore un marchio che lo spinge ad uscire dal teatro con forti motivazioni.

Anche se il testo è dei primi anni del Novecento, si capisce e si avverte l’urgenza che ha determinato la scelta di portarlo in scena in questi nostri anni di crisi.

Il pubblico ha applaudito con entusiasmo richiamando più volte gli attori alla ribalta.

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