L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti al Teatro dell’Opera di Roma

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Foto di C.M. Falsini
Foto di C.M. Falsini

Il potere della suggestione e dell’immaginazione, la volubilità tutta femminile e la seduzione, gli equivoci e millantatori, falsi dispensatori di magici filtri d’amore. Sono gli ingredienti de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti che torna in scena al Teatro dell’Opera di Roma (ultime due repliche stasera e domani) nello squisito allestimento (del 2011) diretto da Ruggero Cappuccio.

Arioso, leggero, divertente, ricco di verve, questo Elisir è una vera ventata di freschezza per gli occhi e per lo spirito e se fa il tutto esaurito in teatro, si capisce facilmente il perché.

La musica di Donizetti è accattivante, nota e di facile ascolto, esaltata nella sua freschezza dal maestro Donato Renzetti che dirige l’Orchestra del Teatro, il cast è ottimo e brillante nell’intepretazione, dalla vezzosa Adina di Rosa Feola (che si alterna con Ekaterina Sadovnikova), al prorompente Dulcamara di Adrian Sampetrean (si alterna con Marco Nisticò), al vanitoso sergente Belcore di Alessandro Luongo (che si alterna con Joan Martín-Royo), mentre appare più debole il un po’ debole il Nemorino di Pavel Kolgatin (che si alterna con Antonio Poli).

Nell’allestimento proposto Cappuccio ha evidenziato il tocco moderno dell’opera, creando una sorta di calderone caleidoscopico e circense, ma senza eccedere negli aspetti paesani e bucolici.

Piacevolissimi i costumi di Carlo Poggioli interamente giocati sul candore del bianco, illuminato dai guizzi di colore dei fiori e delle fantasie, arricchiti da tessuti cangianti quando non addirittura quasi plastificati, semplici e di effetto le scene di Nicola Rubertelli. Il paese resta lontano (costruito quasi come due piccoli presepi simmetrici), si avvicendano pannelli colorati e due lunghi tavoli opportunamente sistemati diventano il fulcro della storia, le luci seguono gli stati d’animo dei personaggi, le scene collettive sono allegramente danzate e invase, quasi a diventare la pista di un circo (tra trapezisti, funamboli e trampolieri), i duetti sono ordinati, le entrate sono sempre plateali che sia quella del vanaglorioso Belcore o quella dell’imbroglione Dulcamara. Proprio Dulcamara, dai toni affabulatori e suadenti, occhialini neri, capelli raccolti in una lunga coda (a simboleggiare i viaggi compiuti e la conoscenza del mondo) sembra voler dire che nulla in realtà sia quello che appare, mostrandosi inizialmente come un nano e poi svelandosi nel suo vero aspetto, portandosi dietro un carrozzone di bottigliette e filtri fasulli in una sorta di costruzione piramidale che ricorda uno dei simboli massonici del Flauto Magico. Di grande delicatezza e suggestione visiva la scena della Furtiva lacrima in cui alle spalle di Nemorino si concretizza con eleganza il numero di un acrobata in corsetto che si arrampica su un lungo nastro rosso. “L’elisir d’amore di Donizetti è l’espressione musicale di quanto gli esseri umani non amino ciò che hanno, ma amano ciò che gli manca”. Sagge parole quelle del regista partenopeo Ruggero Cappuccio che, partendo da questo presupposto, ha immaginato un Elisir all’insegna della dimensione fiabesca, accentuandone il lato intimo, ma anche comico.“Tutta la storia della lirica – continua Cappuccio – può essere ricondotta ad una triade, un lui, una lei ed un impedimento”. Il vero impedimento in realtà è la volubilità di Adina che respinge il corteggiatore Nemorino costringendolo suo malgrado a ricorrere a un filtro magico farlocco che gli viene venduto dal millantatore Dulcamara e che nonostante tutto si rivelerà fatalmente e fortunatamente efficace.

Applausi scroscianti, del tutto meritati, del pubblico. Dopo i successi del debutto, ultime repliche questa sera, martedì 13 (alle ore 20) e mercoledì 14 (alle ore 18).

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