Finis Terrae

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Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Si spengono le luci e nel silenzio si apre il sipario: sembra di essere sull’Isola dei morti di Bocklin, solo la nuda roccia e la sensazione del mare.

Soffia il vento e con l’arrivo del primo personaggio si unisce il il verbo al suono del mare. Un siciliano parlato “stretto stretto” ci dice che l’ambientazione è quella della Baia di Medea dove si racconta che appunto Medea abbia gettato in mare i suoi figli per fare dispetto al marito traditore Giasone.

Per una buona mezz’ora in scena ci sono solo Cabrieli e Peppe, due contrabbandieri che aspettano un carico di sigarette che deve giungere con un barcone. Nicola Pistoia e Paolo Triestino rendono estremamente veritiera la loro diversità regionale, interessante il loro parlare differente: uno siciliano e l’altro romano, un arricchimento del testo che mette l’accento sulla diversità dei due protagonisti. Cabrieli (Gabriele) più romanico, attaccato alla famiglia (più volte gli arriva la telefonata del figlio di 8 anni che lo aspetta per la messa di natale) con una moralità più salda di quella di Peppe (Giuseppe) che è disincantato e affronta la vita da bullo di periferia, con cinismo ed ironia. Scritto da Gianni Clementi da un’idea di Antonio Calenda che ne è anche il regista lo spettacolo racconta il dramma dello sfruttamento umano, del tradimento delle speranze, della violenza senza giustificazioni. Francesco Benedetto interpreta un moderno Caronte (si fa citazione del verso dantesco nello spettacolo) è in effetti un traghettatore di anime, di speranze, di progetti. Le anime sono però ancora avvolte nei loro corpi, in corpi di africani che se in un primo tempo sono schiavi e sottomessi, verso la fine dello spettacolo rivendicano la loro dignità, la loro identità ed umanità. Ci sono degli uomini e una donna incinta ed ovviamente quel bambino che porta in grembo non è frutto dell’amore. Molto toccante la parte che evidenzia la materialità dell’orrore, del sopruso e la dichiarazione da parte degli schiavi dell’essere in carne ed ossa e non solo un’immagine del telegiornale. Ismaila Mbaye, Ashai Lombardo Arop, Moustapha Dembélé, Moustapha Mbengue, Djibril Gningue, Ousmane Coulibaly, Inoussa Dembele,Elhadji Djibril Mbaye, Moussa Mbaye con la crescente musica delle percussioni e la forza del ballo catturano l’attenzione dello spettatore. La produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia mette in scena al Teatro Rossetti di Trieste uno spettacolo di musica, danza e prosa che è in effetti una denuncia sociale, una dichiarazione di identità di un popolo ma anche uno spunto di riflessione sull’accoglienza e l’idea di speranza. Le scene di Paolo Giovanazzi, i costumi di Domenico Franchi, le luci di Nino Napoletano, il suono di Bourt Vidau ed i movimenti coreografici di Jacqueline Bulnes rendono suggestivo il dettato scenico dello spettacolo. La scenografia è parte integrante dello spettacolo nel senso che cattura il fruitore grazie al sapiente gioco di luci e la scelta di assemblare (in scena) quel che rimane dello scafo di una nave con delle croci portate dai migranti è certamente un alto spunto di riflessioni. Il simbolismo della croce ritorna anche nel momento in cui il negriero paragonato da Peppe e Cabrieli al capitano Nemo di Verne, viene messo appunto “in croce” dai migranti. Molto forte è il combattimento interiore dello schiavo liberato tra la vendetta e umanità. Il tutto si conclude con il parto della donna giunta dal mare la notte di natale e Cabrieli e Peppe si trovano loro malgrado ad essere dei pastori improvvisati (anche i loro nomi non sono casuali ma figure emblematiche del presepe) ma consapevoli della differenza vera tra bene e male. Solo la calda voce di Roberto Herlitzka che recita la poesia di Pier Paolo Pasolini Alì dagli occhi azzurri accompagna il pubblico verso la conclusione dello spettacolo e rimanda il singolo ad altre riflessioni.

 

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