L’Abito della Sposa. Nostalgia degli anni Sessanta

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Foto Corriere Web Roma
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Anno di grazia 1963. Dalla radio si spandono assordanti nell’antica sartoria, le canzoni di Rita Pavone per la quale Lucio ha un’autentica passione. Nelle lunghe giornate occupate a cucire divise militari secondo la lunga tradizione familiare, l’apparecchio radiofonico riversa l’eco degli avvenimenti del mondo che gira fuori dal laboratorio. La voce metallica trasmette periodicamente il notiziario, snocciolando eventi che faranno la storia o che influenzeranno il costume sulla scena italiana e internazionale: la visita in Italia di Kennedy e il suo assassinio a Dallas, le traversie coniugali della Loren con Carlo Ponti, l’inizio clandestino della storia d’amore tra Rita Pavone e Teddy Reno, la tragedia del Vajont, la scandalosa nascita del figlio di Mina e Corrado Pani.

L’arrivo di una giovane ricamatrice che dovrà aiutare il sarto a realizzare l’abito da sposa per la figlia di un ufficiale, impresa per Lucio fonte di molta apprensione, sembra apportare una ventata di aria fresca tra gli stantii scaffali pieni di rotoli di stoffe.

La ragazza, però offre pochi appigli alla logorroica comunicativa del principale, ripiegata com’è sul dolore acuto e profondo causato dall’abbandono del fidanzato, che la rende smorta e sciatta anche nell’abbigliamento funereo.

Dal confronto di due solitudini contrapposte affiorano desideri reconditi, segreti gelosamente custoditi, desideri di rivalsa che sfociano nella liberatoria complicità.

Mentre la radio diffonde notizie di politica, cultura, cronaca, tragedie sociali, pettegolezzi mondani, le mani lavorano alacremente per realizzare il magnifico vestito da sposa e i cuori si aprono alla confidenza. Il burbero e loquace sarto svela le sue debolezze, la giovane lavorante tinge di rosa la sua vita anche indossando vestiti colorati ispirati a Jacqueline Kennedy, la Pavone imperversa cantando un successo dietro l’altro: Cuore, Alla mia età, Come te non c’è nessuno, Il ballo del mattone, Non è facile avere 18 anni ….

L’Italia del benessere, del boom economico, bigotta e democristiana entra nel laboratorio polveroso in cui si svolge una vicenda umana delicata e minimalista, con la schiva e reticente Nunzia a cui le parole bisogna tirarle fuori con le pinze e il ruvido e bonario Lucio, loquace e rassegnato a una vita incolore nel rimpianto delle “cose che potevano essere e non sono state”, dice citando Gozzano. Specchio l’uno dell’altra, metteranno a nudo i loro cuori e si avvieranno trionfanti ciascuno verso la sua personale e imprevedibile catarsi.

Scritta con lieve ironia da Mario Gelardi, coautore con Roberto Saviano dello spettacolo teatrale Gomorra premiato come migliore novità italiana nel 2008, è messa abilmente in scena da Maurizio Panici che coniuga l’atmosfera di esuberante vitalità degli anni sessanta col desiderio represso di trasgressione dei due protagonisti, felicemente supportato dalle scene e dai costumi (cadenzano lo scorrere del tempo i variopinti pullover di Strabioli) di Alessandro Chiti. Pino Strabioli si “cuce” addosso il ruolo del sarto proprio come un abito su misura curato nei dettagli, burbero e protettivo all’inizio, giocoso e tenero nel finale, con una cadenza dialettale indefinita che rende l’atmosfera intimista. Alice Spisa conferma le sue qualità interpretative che le hanno fatto vincere il Premio Ubu 2013 under 30.

Commozione e nostalgia per uno spettacolo tutto da godere.

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