Intervista a Simone Cristicchi

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fotoSimone, dopo aver visto lo spettacolo di ieri sera e il grande successo ottenuto per MAGAZZINO 18 non posso non chiederti come sia nato.

Stavo facendo delle ricerche sulla memoria della seconda guerra mondiale, intervistando degli anziani ultaottantenni che avevano vissuto quel periodo storico, e tutto questo lavoro di ricerca poi ha generato: Mio nonno è morto in guerra, il mio secondo libro di racconti. Quando ero a Trieste, a fare queste ricerche, ho raccolto storie molto contrastanti tra loro: racconti di partigiani e di esuli istriani. Trovandomi qui due anni fa, era una giornata di ottobre piovosa, mi misi alla ricerca di questo luogo di cui avevo sentito parlare: il Magazzino 18. Mi dissero che era inaccessibile, è tutt’ora inaccessibile perché si trova nel porto vecchio, ma riuscii ad andare, accompagnato da una persona che aveva le chiavi, entrai e rimasi sconvolto dalla visione di questi oggetti. Quando uscii di lì dissi a Piero Delbello, direttore dell’I.R.C.I. (Istituto Regionale per la Cultura Istriano Fiumana Dalmata) “mi piacerebbe scrivere una canzone sulla vostra storia e la voglio intitolare proprio Magazzino 18”.

La canzone la scrissi presto e la inserii nel mio ultimo disco che si chiama Album di famiglia. Delbello mi disse “ma perché non ci fai uno spettacolo sopra questa vicenda”. “Sì – dissi io – ma ci vorrebbe un grande narratore tipo Moni Ovadia che si occupa di teatro civile” e lui mi disse “fallo tu che vieni da fuori e puoi arrivare qui con un occhio diverso, non politicizzato. Più libero dalle zavorre che ci appesantiscono oramai da sessant’anni in questa città”.

E questa è stata forse la chiave.

Le tue fonti sono state quindi le persone anziane. Nel resto d’Italia non si parla molto dell’Esodo, delle Foibe, c’è chi le nega addirittura.

In questa zona se ne parla moltissimo ancora oggi. Questi argomenti qui sono molto sentiti ma appena ti sposti fuori dal Friuli Venezia Giulia comprendi che la gente non lo sa o lo sa per sentito dire. Mi sono accorto, andando fuori in tournée l’anno scorso, che l’argomento risultava totalmente nuovo.

Qui invece ci sono state delle contestazioni, ieri c’era chi distribuiva volantini in cui era scritto che quello che dicevi non era vero o che raccontavi solo una parte della storia. L’anno scorso alla prima c’era molto fermento ed anche un cospicuo dispiegamento di forze dell’ordine in sala.

Innanzitutto questi signori non devono dimenticare una cosa fondamentale e cioè che non si tratta di una conferenza di storia ma di uno spettacolo.

Tu volevi fare uno spettacolo di denuncia per far conoscere anche al resto dell’Italia le tristi vicende di un capitolo del Novecento.

Mi contestano delle imprecisioni ma io non sono uno sprovveduto. Prima di salire sul palco a Trieste il 22 ottobre dell’anno scorso ho fatto leggere il copione a famiglie di esuli istriani, dalmati e mi hanno appoggiato in quello che dicevo e già quello mi poteva bastare

Una testimonianza vera e reale del dolore di un popolo.

Stiamo parlando del dolore di un popolo e non ci si può permettere di giustificare dei crimini commessi in tempo di pace, dovrebbero imparare a rispettare il dolore, in silenzio ed ascoltare. Detto questo io non voglio insegnare la storia a nessuno, ci sono i libri che lo fanno molto meglio di uno spettacolo, io volevo suscitare nel pubblico una curiosità nei confronti di quest’argomento, poi l’approfondimento viene dopo. Il teatro, secondo me, non deve dare mai delle risposte, semmai al contrario deve porre degli interrogativi

Come tutta l’arte in realtà.

E deve riempire, come diceva Beckett, spazi vuoti l’arte. Poi vengo criticato per la mistificazione della storia, a me sembra il contrario, sembra che questa gente qui non voglia vedere i lati oscuri della storia

È molto emozionante per il pubblico assistere a uno spettacolo del genere, ma mi chiedo cosa significhi per chi sta sul palco. Tu come organizzi la tua gestione emotiva? Credo sia difficile con temi così dolorosi mantenere un distacco.

Ogni sera è una fatica enorme, come hai visto, stare sul palco da soli per un’ora e quarantacinque minuti è una prova fisica e mentale importante

Complimenti per la memoria, nello spettacolo ci sono lunghi e difficili monologhi con nomi, date e pathos.

La memoria è allenata, poi cerco di dosare l’emozione. Cerco di trovare un equilibrio emotivo, certe volte è quasi meglio “dire” il testo poiché parla già moltissimo quello e quindi non c’è bisogno di caricare in modo enfatico.

Com’è lavorare con i bambini? Ti senti responsabile del loro riuscire o ti senti sostenuto dal loro fare? Senti che sei tu che devi portarli in scena?

C’è un’atmosfera bellissima dietro le quinte, i bambini vivono un’esperienza straordinaria che credo gli rimarrà per tutta la vita. All’inizio ero molto titubante della scelta dei bambini, una scelta di Calenda, io non volevo, proprio per quello che si vede oggi, un mondo in cui i bambini sono spesso “mercificati”. E’ una cosa delicata quando si parla di bambini, invece lui aveva visto giusto, il modo in cui vengono “utilizzati” nella regia dello spettacolo crea un grande equilibrio.

Io li ho letti non come interpreti di specifici personaggi ma come anime.

Si, si è vero

Che differenza c’è nel recitare questo spettacolo a Trieste e portarlo nelle altre parti d’Italia?

Qui c’è un’attesa, una tensione. La città ha vissuto una scia di polemiche durate una settimana. Si pensava che io avessi aggiustato il testo in favore di uno o piuttosto di un altro schieramento, invece poi tutto si è sciolto in un grande applauso commosso, come quello di ieri sera. Una signora mi ha detto “Questo spettacolo per noi triestini è stato come una nuova liberazione. Ci siamo liberati dal peso schiacciante che è stata questa storia di violenze, di dolore, di dramma. Lo spettacolo per noi è stato come spalancare la finestra e far passare l’aria”.

La grandezza dell’arte.

Ti conoscevo solo come cantautore di canzoni belle e commoventi e ti ringrazio perché mi hai emozionato e commosso anche a teatro.

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