La porta della legge

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Foto di Michael Hornschemeyer
Foto di Michael Hornschemeyer

Libretto e musica di Salvatore Sciarrino

Prima rappresentazione italiana

 

Personaggi e interpreti:

L’uomo 1: Ekkehard Abele

L’usciere: Michael Tews

L’uomo 2: Roland Schneider

 

Maestro concertatore e direttore: Tito Ceccherini

Regia: Johannes Weigand

Scene e costumi: Jürgen Lier

Video designer: Jakob Creutzburg

Orchestra del Teatro La Fenice

 

Allestimento Wuppertaler Bühnen

 

L’opera barocca e quella contemporanea, così distanti per musica e libretti, condividono il destino di Cenerentola dei nostri teatri. All’estero questi generi musicali si ascoltano di frequente e sono indice di un gusto eterogeneo e meno settario sia del pubblico che dei direttori artistici. In Italia, dove non ci si stanca mai di Tosche suicide, Violette appassite e Rosine pungenti, dare spazio al barocco e al contemporaneo è impresa assai ardua, motivo che spinge i nuovi compositori ad espatriare per ottenere il meritato successo. Bisogna riconoscere al Teatro La Fenice di Venezia il pregio di inserire sempre in cartellone due titoli contemporanei, in modo da alimentare il necessario dibattito sul tema. Dopo Elegy for Young Lovers di Hans Werner Henze, quest’anno la Fondazione veneziana propone in prima rappresentazione nazionale La porta della legge di Salvatore Sciarrino, fino al 2 novembre al Teatro Malibran. Dopo la prima mondiale all’Opernhaus di Wuppertal nel 2009, ha trovato a seguire ospitalità presso Mannheim, New York, Bogotá e Ostrava. Il soggetto è tratto dalla parabola Vor dem Gesetz di Franz Kafka, la cui trama pare semplice. Un uomo chiede ossessivamente di poter varcare la soglia della porta (aperta) della legge, alla cui custodia è preposto un guardiano che gli nega l’accesso con risposte laconiche e dissuasive. L’uomo attende tutta la vita questuando fino a soccombere tra dubbi e sofferenze. Secondo Sciarrino, il decesso per burocrazia è il tema precipuo non solo della novella kafkiana, ma anche del nostro Paese. Giustamente egli sostiene come in Italia si possa morire a causa dei vincoli da essa imposti, dei potenti che la inaspriscono e dei parassiti che, come le pulci sul collo della pelliccia del guardiano, ne traggono beneficio. L’uomo, in una beckettiana attesa sfociante nell’alienazione, perde qualsiasi possibilità di salvazione e giunge a stati di coscienza alterata fino a mancare, ignorando perché non abbia potuto oltrepassare la porta, invero accessibile se solo avesse osato varcarla. L’uomo è quindi anche simbolo di un io collettivo, incapace oggigiorno di reagire e cogliere l’evidenza della realtà, sempre più predisposto a naufragare in interrogativi irrilevanti – e che tale atteggiamento sia dovuto all’ingerenza quotidiana del potere è conferma per Sciarrino di quella circolarità espressa nel sottotitolo dell’opera, quasi un monologo circolare.

Le enigmatiche e minimaliste scene ideate da Jürgen Lier creano quell’atmosfera di sospensione e indeterminatezza propria del racconto originale. Tutto si svolge in uno stato di premorte, di sacrale Consummatum est privo di speranza. Tre sono le scene in cui si articola la vicenda. La prima è affidata all’uomo 1 (baritono) e all’usciere (basso), davanti a una piccola fenditura che progressivamente si espande dal centro verso l’esterno, inondando di luce il palcoscenico. Nella seconda i protagonisti sono l’uomo 2 (controtenore) e ancora l’usciere ma questa volta la porta si restringe attorno alle teste dei due personaggi. Dopo un bellissimo interludio, nella scena terza entrambi gli uomini stanno chiusi dentro ascensori che, in un suggestivo gioco di proiezioni creato dal video designer Jakob Creutzburg, si moltiplicano a vista d’occhio, salendo e scendendo su un fondale nero.

I cantanti adottano una recitazione intonata che la regia di Johannes Weigand vuole completamente fondata sulla mimica facciale e corporea. Ekkehard Abele (Uomo 1) e Roland Schneider (Uomo 2) sono promossi nel complesso compito di personificare un’umanità rassegnata e minuscola mentre Michael Tews (Usciere) pecca nella dizione migliorabile ma primeggia con un’interpretazione caricata e irritante che si addice ottimamente al personaggio.

L’Orchestra del Teatro La Fenice, sotto la direzione di Tito Ceccherini, ben riesce a districarsi dal difficile linguaggio musicale creato da Sciarrino. Un white noise quasi impercettibile, affidato ai fiati e agli archi, fatto di respiri, raschiamenti e fruscii, rende spaesato l’orecchio che non riesce a percepirne la fonte sonora. Su questo fondo “naturalistico”, si innestano gli accordi dei legni e i glissandi degli archi mentre gli sporadici interventi della viola, del violoncello, dei tromboni e del clarinetto vanno a sovrapporsi al tutto. La base ritmica è riservata a due pianoforti a coda e strumenti a percussione quali grancasse, campane tubolari, tam-tam e marimbone, che arricchiscono la partitura di indispensabili cromatismi.

Applausi di circostanza da parte di un pubblico non nutrito.

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