Il Mercante di Venezia

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fotoSpogliare Il Mercante di Venezia: rendere palese ciò che era latente, nascosto, soffocato dal tempo e dalle volontà dell’autore. L’omosessualità di Antonio – che Shakespeare aveva solo lasciato intendere – non è più segreta; l’avidità di Bassanio si erge a protagonista della commedia, mentre la natura infantile di Porzia corteggia il riso degli spettatori. Queste, almeno nella teorie, le intenzioni del regista Valerio Binasco, che cerca di inserire brillantezza in una delle commedie più cupe di Shakespeare, in modo talora inopportuno, se così è doveroso interpretare la risposta del pubblico, che pare abbandonarsi quasi a malincuore durante i momenti resi comici dalla bravura di Lancillotto, piuttosto che disperarsi di fronte alle vessazioni subite dal povero Shylock. C’è un errore di fondo, in questa resa scenica; non dipende dalla commedia, naturalmente, che punti di debolezza non ne ha, quanto dalla mancata capacità di lasciare che lo spettatore comprenda il principale crimine che si perpetra all’interno dell’opera, che è la vittoria del pregiudizio. Ne Il Mercante di Venezia, esplodeva come un colpo di cannone il tema della violenza della maggioranza sulla minoranza: Shylock è solo, ebreo in un mondo di non ebrei, vessato da Antonio e dai giovani amici che lo circondano. Eppure, nella commedia di Binasco, la brillantezza sopra le righe degli attori induce al riso, quasi ad una benevolenza per questi giovani ribelli ed affascinanti, piuttosto che ad una ferma condanna della loro volontà assassina. Dov’è il mistero di Shylock, dov’è Shylock che cammina lento, con un mantello sulle spalle? Certo, è straniero. Al dialetto veneto, con cui si esprimono tutti gli attori, Silvio Orlando risponde con una parlata surreale, straniante, che vorrebbe – ma non riesce – mostrare la distanza che lo separa dagli altri personaggi. Non si può discutere la capacità della Popular Shakespeare Kompany, composta da attori e attrici più che meritevoli, ma è doveroso cercare di capire per quale ragione, dal tormento shakespeariano che ha partorito Il Mercante di Venezia, si esca con un animo affatto turbato, laddove la sorte toccata a Shylock pretenderebbe, addirittura, un’empatia straordinaria con la sorte del vecchio ebreo. A parere di chi scrive – parere dunque da quattro soldi, s’intende – il bandolo della matassa è da ricercarsi nell’eccessiva vena comica che Binasco ha voluto per la commedia: se è lecito sorridere di Porzia, perché forzare la commedia persino nel momento del processo a Shylock, mettendo in bocca al coro dei personaggi considerati buoni – Graziano, Lorenzo, Solanio e Salerio – battute che inducono al riso ed impediscono al pubblico di provare maggiore compassione per Shylock? La sorte dell’usuraio appare quasi sullo sfondo, diventa tema minore; non incide. Il dramma di una bravura fuori dal comune? Orlando, ad ogni modo, non incanta. Il suo incedere è troppo spedito, le sue movenze troppo sciolte: al momento di inchinarsi per mendicare clemenza, appare persino dimentico della gravità del gesto: semplicemente si poggia sulle ginocchia. Non funziona. Non ha funzionato.

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di William Shakespeare

con Silvio Orlando

e con la Popular Shakespeare Kompany

scene Carlo de Marino

costumi Sandra Cardini

luci Pasquale Mari

musiche originali Arturo Annecchino

regista assistente Nicoletta Robello

regia Valerio Binasco

produzione Oblomov Films Srl

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