Sigmund & Carlo

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Foto di Giuliano Longone
Foto di Giuliano Longone

Testo e regia Niko Mucci
Con Niko Mucci e Roberto Cardone
Musiche Luca Toller
Prodotto da Libera Scena Ensemble

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Per raccontare al meglio lo spettacolo di Niko Mucci occorre partire dall’idea di “opera aperta”, di continua evoluzione alla quale l’autore sottopone il suo lavoro grazie ad una costruttiva parentesi di post-teatro, alla fine della performance, che consiste in un confronto con gli spettatori. Ognuno di loro ne può dare un’interpretazione differente, può comunicare la personale visione in rapporto a ciò che ha appena visto, suggerendo – a dire del regista – nuovi particolari e stimoli a “Sigmund & Carlo”.
L’esigenza di relazionarsi con i feedback che la commedia rimanda al pubblico è connaturata a delle ambivalenze interpretative su cui si fonda l’impianto drammaturgico (e propriamente della performance). Su una panchina di una città odierna – per i riferimenti all’attualità, pensiamo italiana – vi sono due signori con impermeabile e senza pantaloni dinanzi ad un istituto femminile. Dei semplici pervertiti? L’uno, pavido, mingherlino, ossessionato dall’igiene, non fa che pulire col suo fazzoletto quella comune panca, mentre l’altro robusto, vivace prende posto proprio accanto a lui. I due si guardano, osservano la balorda coincidenza circa il loro abbigliamento e iniziano un dialogo surreale dai toni grotteschi e clamorosamente privo, almeno in apparenza, di un filo logico che permetta di identificare i due con ciò che si aspetti. Ma, del resto, il titolo nasconde un piccolo inganno; lo spettacolo non si chiama “Freud & Marx” ma “Sigmund & Carlo” e quindi potremmo essere dinanzi a degli omonimi balordi esibizionisti – perché ad una prima lettura tali sembrano – o addirittura davanti a due prodotti esemplari della nevrosi di massa odierna e del selvaggio capitalismo che s’illudono di essere Marx e Freud tornati in vita, per rivendicare disperatamente idee di costoro oramai ridotte ad abuso ideologico usa e getta.
Del resto la regia non suggerisce nessuna precisa indicazione anzi, non esita a provocare un estraniamento dei due personaggi impedendo allo spettatore di identificarli e perciò portando a dubitare circa il senso della vicenda.
Il linguaggio allusivo e metaforico posto come elemento deviante fa oscillare continuamente la percezione di chi guarda; si parte dalla sfera sessuale in cui s’innestano “significanti” altri che possono essere solo compresi con l’atto finale dei protagonisti, a conclusione dello spettacolo.
Se da un lato l’utilizzo di tale espediente serve a dare una coerenza drammaturgica al testo, d’altro canto sul piano della messa in scena vuol essere la veste comica e surreale che oltre a stranire, alleggerisce lo spettacolo; l’idea di un’immaginaria caccia da parte di non bene identificate autorità, la mimesi circensi, parentesi disseminate qua e là nel dialogo, disattendono continuamente le aspettative di un discorso regolarmente strutturato fra i due massimi sistemi di pensiero.
Ritornando alla “confezione vouyeristica” della messa in scena, essa pare in molti punti saldarsi con il perbenismo borghese congiunto alle manie nevrotiche del personaggio Sigmund (Roberto Carbone) che finiscono per investire anche il così antiborghese e rivoluzionario Carlo. Qualcuno ha osservato che nonostante i riferimenti alla nostra attualità politica, tutto l’asse della pièce verta sul versante psicoanalitico che su quello propriamente “marxista”.
La chiave grottesca e delirante forse ci motiva il bisogno di fare anche della semantica afferente alla psicoanalisi un espediente accattivante. Inoltre anche la consapevolezza di un abuso ideologico che si è fatto nel Novecento di Freud quanto di Marx è canalizzata in una tensione tutta deformante che veicola un lacerante dilemma: se le loro impronta siano ancora consolidate in una coscienza collettiva che oggi sembra quanto mai naufragata.
Una lacerazione nella Storia e nella società che forse è quel sottotesto che spiega il modo in cui si conclude la pièce e che cerca di veicolare una riflessione quasi “pasoliniana” della realtà con un rocambolesco gioco di ruoli e di linguaggi.

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