How To Do Things With Words – Studio su un enunciato performativo infelice

0
291
Condividi TeatriOnline sui Social Network

fotodi Digitalis Purpurea/Marta Bellu

Concept e coreografia e danza Marta Bellu, co-creazione e interpretazione Daniele Ledda, Silvia Bellu, drammaturgia multimediale live Silvia Bellu,  musiche Claude Debussy, elaborazione sonora Daniele Ledda, logo design Silvia Bellu, immagine Olga Pavlenko, produzione Digitalis Purpurea

Prima Nazionale del progetto vincitore di NP 2014_Sostegno a una nuova produzione, promosso dalla rete delle Residenze Artistiche della Regione Toscana, in collaborazione con ADAC Toscana, per “la qualità e articolazione dell’impianto progettuale e per la pratica di sperimentazione tra gesto e parola”, all’interno del Focus dedicato alla giovane coreografia e al lavoro di rete che le Compagnie di Danza toscane riconosciute dalla Regione come Centri Regionali della Danza stanno svolgendo.

Nel 1955 il filosofo e linguista inglese John Langshaw Austin tenne una lezione presso la prestigiosa università di Harvard dal titolo How To Do Things With Words”. Nacque così ufficialmente la famosa Teoria degli Atti Linguistici, che si basa sul presupposto che con un “enunciato” (sequenza sintatticamente definita di parole che esprime un senso compiuto) non descrive solo il contenuto di un concetto (sostenendone o negandone la veridicità), ma che la maggior parte degli enunciati permettono di compiere delle vere e proprie azioni comunicative che hanno il fine di esercitare un caratteristico influsso sul mondo circostante. Branca della linguistica, chiamata pragmatica, che studia appunto le interazioni degli atti linguistici con i mondi denotativi e i contesti di riferimento espressivo. Da questa prospettiva e in questo orizzonte di senso nasce e si sviluppa questa performance teatrale di danza contemporanea o di danza nel teatro contemporaneo.

Perché come si può immaginare, il palcoscenico vuoto e minimale, diventa lo spazio-tempo linguistico, in cui si muovono i segni e le cose, in cui danzano cercando il proprio significato, tra rimandi e allusioni, musica, classica o elettronica, e silenzio. Segni che sono gli attori stessi, un uomo e una donna, o meglio una D e una M, come sono le consonanti disegnate sulle loro divise nere, assorbite dal fondo del palcoscenico, mentre muovono il loro corpo-significante, simmetricamente a parole proiettate da un fascio di luce, in una continua alterazione e mutua significazione che arriva ad inglobare totalmente la scena. Parole come oggetti, compiuti attraverso la danza dei segni, mediante la rifrazione del segno teatrale. Un linguaggio meta-teatrale, alla ricerca de-costruttiva degli elementi primigeni del comunicare, con cui la danza e il teatro esprimono e vivono se stessi, dove il corpo-segno diventa significante e significato nel suo agire sulla scena, mentre la parola proiettata scrive e riscrive continuamente l’accadere, facendo apparire i segni linguistici, gli alter ego dei segni extra-verbali, in atto sul palco. Gioco di relazioni e molteplici s-connessioni fino al Game Over scenico. L’enunciato performativo è qui inteso come il corpo dell’attore, che traduce estemporaneamente un enunciato nel suo agire come segno, ribadendo e arricchendo le regole della pragmatica comunicativa. Musica senza suono, scandita dal ritmo dell’ascolto, della punteggiatura e della partitura. Gli intermezzi musicali, all’interno dei tre atti, rendono ancora più complesso il segno in quanto tale, aperto alla relazione con più mondi di denotazione. Costruzione e de-costruzione danzante del segno, che senza corpo alla fine si fa traduzione di un linguaggio, al di là del senso, mediante l’agire del segno teatrale. Può essere anche intesa tutta la performance, come la riflessione infelice sul senso stesso del non-comunicare contemporaneo, della sua alterazione attraverso i medium di massa, alienazione dallo statuto scritto a forme audiovisive, che cercano di coniugare vari linguaggi in un segno disorientato da molti sensi o meglio da nessuno. Avvertire, Obbiettare, Pausa, Play, Velocità, Minimalismo, Rock, Punk, Calma, Nulla: queste alcune delle parole e delle frasi che si scrivono sullo schermo nero, mentre il segno-attore vive nel palcoscenico come sua ombra, o viceversa. Trasmutazione linguistica, oltre e all’interno del segno. Oltre e all’interno del teatro. Attraverso e oltre la danza. Una programmata e tecnica distorsione del linguaggio, un gioco poetico sovversivo. Un talk show frammentato e degenerato. Un atto linguistico, dissociato e dissociabile, infelice, appunto. Come lo definirebbe lo stesso Austin.

Marta Bellu danzatrice e autrice di progetti artistici e formativi basata a Firenze si forma alla Scuola del Balletto di Toscana e approfondisce lo studio della danza contemporanea con diversi maestri tra cui Cristina Rizzo, Alessandro Certini, Bruce Michelson, Virgilio Sieni, David Zambrano, Julyen Hamilton, Anton Lachky, Paul Blackman. Ha intrapreso un percorso di Formazione Professionale in Coreografia Interdiscliplinare in cui si dedica allo studio di teatro, voce e teatro fisico. Ha collaborato con la Compagnia Krypton e dal 2011 fa parte della Compagnia Controforma. Laureata in Psicologia, recentemente ha conseguito il Diploma di Attore e Operatore di Teatro Sociale e ha partecipato al percorso Professionalisation of Junior Coaches in Performing Arts and Media di Fabbrica Europa. Dal 2012 collabora con Cristina Rizzo in un percorso di ricerca sul movimento e insegnamento della danza contemporanea. Ha partecipato alla Biennale College Danza 2014 per Bolero Variazioni, coreografia di Cristina Rizzo. Attualmente lavora su progetti artistici di ricerca coreografica, ricevendo per “How to do Things with Words” il sostegno a una nuova produzione 2014 da ADAC Association of Dance and Contemporary Arts in Tuscany, un progetto nato dalla collaborazione artistica con Daniele Ledda, nell’ambito compositivo-musicale e Silvia Bellu nell’ambito teatrale e della drammaturgia multimediale.

 

 

LEAVE A REPLY