“Il Gabbiano” di Čechov continua a volare

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fotoIl Gabbiano è uno dei testi più rappresentati e uno dei capolavori di Čechov. Al suo esordio nel 1896 a San Pietroburgo, tuttavia, registrò un clamoroso insuccesso, tanto da indurre l’autore ad abbandonare la platea rifugiandosi dietro le quinte e a rinunciare a scrivere ulteriormente.

La rielaborazione del testo ad opera di Stanislavskij e Dančenko per il Teatro d’Arte di Mosca ne decretò il successo, favorendo il ritorno di Čechov alla scrittura teatrale.

Il Teatro Vascello, con la Compagnia La Fabbrica, ripropone questo testo, già portato in scena da Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann.

Il pubblico entra in platea a scena aperta, con gli attori immobili, schierati quasi a sostenere il groviglio di arredi di scena ammucchiati sul fondo. Al centro una poltrona bianca di vimini e alcune sedie, vuote. Dal fondo della platea si dirige verso la scena parlando nervosamente Kostya (il danese Benjamin Stender), per le prove del dramma che ha scritto per Nina, giovane attrice che sogna la fama, di cui è innamorato. Le immote figure si animano, e lo stronca la sardonica risata della madre che lo deride, la famosa attrice Arkadina. Inizia così, con una scena di metateatro, questo allestimento del Gabbiano di Fabiana Iacozzilli, disancorato dal contesto storico ottocentesco e calato in una realtà contemporanea, o forse atemporale, in cui sono moderni ed essenziali i costumi, ideati da Gianmaria Sposito, con la giovane Nina in shorts e camicetta annodata in vita. Il tetro abito nero di Kostya stride con la molle rilassatezza degli ospiti della tenuta estiva in riva al lago dello zio Sorin, preludio al tragico epilogo.

I personaggi si animano, ciascuno portatore della propria verità, tutti sempre in scena, o sotto i riflettori o in penombra addossati al mobilio sul fondo come spettri incombenti, nel disegno luci di Hossein Taheri che definisce gli spazi fisici e psichici. La vitalità isterica e indifferente all’angoscia del figlio di Irina (una grintosa Francesca Farcomeni), le riflessioni sul valore dell’arte di Trigorin (Paolo Zuccari) che fanno presa sulle fanciullesche aspirazioni e i volubili entusiasmi di Nina (Anna Mallamaci), la frustrata infelicità di Maša inutilmente innamorata di Kostya e insofferente all’inadeguato marito (un’intensa Elisa Bongiovanni), la pacata ironia del dottore (Luigi Di Pietro), l’irruenza romanesca dell’amministratore Samraev (Simone Barraco), tutti attraversati da una sofferenza che aleggia sopra le frustrazioni di ciascuno.

Il secondo atto si apre su un nuovo momento di metateatro: si gioca a tombola intorno a un lungo tavolo sul fondo nero mentre sul proscenio Nina, abbandonata da Trigorin, confessa le sue disillusioni a Kostya, continuando a respingerlo.

Uno sparo e, sul tavolo, l’immobilità del gabbiano simboleggia lo sfacelo delle loro vite.

Nell’atmosfera decadente della borghesia russa di fine ‘800, tra meditazioni sull’arte, il teatro, la scrittura, gli affetti si innestano le tematiche moderne che affiorano in angosce esistenziali, conflitti interiori, fragilità emotive, adolescenziale voglia di emergere, scontro generazionale, incomunicabilità, male di vivere.

L’apparente frivolezza tramuta nell’ineluttabilità del dolore, i dialoghi leggeri si stemperano nel silenzio della morte, repentina e annunciata. Sulla commedia della vita sostenuta dalla finzione sociale, cala il sipario.

La Iacozzilli si misura con questo classico teatrale, adottando una significativa originalità espressiva che suscita, tuttavia, qualche perplessità: è credibile che una pimpante lolita cada preda di una estatica infatuazione per un dimesso Trigorin in canottiera? potenza delle parole e delle lusinghe (di Čechov!). Dopo la notevole prova fornita con Trilogia dell’Attesa, qualcosa si inceppa e il Gabbiano vola basso. Troppo acuti i toni di alcuni interpreti, troppo bassi quelli di altri al limite della comprensione.

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