Don Pasquale

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Foto di Michele Crosera
Foto di Michele Crosera

Dramma buffo in tre atti

Libretto di Giovanni Ruffini dal dramma giocoso Ser Marcantonio di Angelo Anelli

Musica di Gaetano Donizetti

Personaggi e interpreti:

Don Pasquale: Roberto Scandiuzzi

Il dottor Malatesta: Davide Luciano

Ernesto: Alessandro Scotto Di Luzio

Norina: Barbara Bargnesi

Un notaro: Matteo Ferrara

Due cameriere: Sabrina Mazzamuto, Valeria Arrivo

Due servi: Domenico Altobelli, Enzo Borghetti

Direttore: Omer Meir Wellber

Regia: Italo Nunziata

Scene e costumi: Pasquale Grossi

Light designer: James Patrick Latronica

Orchestra e Coro del Teatro la Fenice

Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

Allestimento Fondazione Teatro La Fenice

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Don Pasquale ha chiuso il Carnevale del Teatro La Fenice, riscuotendo ampi consensi dopo i successi de Il signor Bruschino e L’elisir d’amore. Il dramma buffo di Donizetti e Ruffini ci pone di fronte al pirandelliano “così è (se vi pare)”. Non si discute infatti sulla burla al babbione, dovuta a una palese incomunicabilità tra due generazioni agli antipodi, espressa attraverso i differenti linguaggi musicali dei protagonisti, ossia il sillabato di Pasquale e il lirismo confacente ai giovani antagonisti. Appare invece stimolante soffermarsi a fantasticare, e lo fa Giovanni Paganone nel programma di sala, sul rapporto tra Norina ed Ernesto. E’ vero amore? Sembrerebbe, ma potrebbe non esserlo, proprio perché mancano tra loro duetti rivelatori di un sincero affetto. La scaltra vedovella, e ciò la dice già lunga, è attrice nata, agisce per interesse, comanda e fa sfoggio di una patologica frivolezza. La passività del tenore, tutto canto e sentimento puro, che subisce le trame della compagna e del dottor Malatesta, disegna all’orizzonte una sorte comune a quella del vecchio.

La regia di Italo Nunziata omaggia la commedia con canzoni degli anni Trenta, Cinecittà e Hollywood. Vi entrano il cinema di De Sica, il fascino di Jean Harlow e Rodolfo Valentino, le pellicole in bianco e nero proiettate sullo sfondo, mentre si balla il charleston. Le scene mobili di Pasquale Grossi si rifanno all’avanguardia razionalista e bene si armonizzano con i costumi, curati dallo stesso scenografo. Dominano le tonalità calde del rosso e dell’arancione, sottolineate dalle luci dello scomparso light designer James Patrick Latronica.

Il cast? Accettabile, seppur non particolarmente eccitante. Roberto Scandiuzzi nel ruolo principale, a momenti calante nell’intonazione, ha tratteggiato un Pasquale voglioso ma distaccato, non sempre in sincronia tra il canto e la gestualità. Ottimo invece il dottor Malatesta di Daniele Luciano che si è distinto per la pulitissima voce omogenea, superando addirittura il basso nel contorto finale di Cheti, cheti immantinente. Alessandro Scotto Di Luzio non ha brillato a causa di una fastidiosa nasalità che ha privato Ernesto del giusto spessore. La Norina di Barbara Bargnesi è stata apprezzata per il discreto registro centrale e una spiccata vitalità nella recitazione.

Il coro, preparato dal maestro Claudio Marino Moretti, si è rivelato disomogeneo nei minimi spazi ad esso riservati.

Conosciamo ormai a sufficienza lo stile dell’eccentrico Omer Meir Welber, fatto di fragorose percussioni, di archi ben oliati, in un effetto complessivo di originale freschezza e scioltezza esecutiva che gli orchestrali si sono divertiti a condividere e fare proprio.

Applausi entusiasti da parte del foltissimo pubblico.

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