Letizia Forever

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fotoCon: Salvatore Nocera

Voci di  Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara Italiano, Rosario Palazzolo, Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone

Scene di Luca Mannino e Antonio Sunseri

Produzione Teatrinocontroverso e T22 con il patrocinio di Equamente Bottega del Mondo, a sostegno di forme artistiche e progetti culturali indipendenti nella prospettiva di un’economia sociale e sostenibile.

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Rosario Palazzolo scrive e dirige Letizia Forever, uno spettacolo imperniato sulla staticità fisica del solo personaggio ma nel contempo fluida, dinamica e rocambolesca è la parola, quel dialetto siciliano impregnato di solecismi e malapropismi di un italiano appreso da canzoni anni ‘80 e da giornaletti per casalinghe.

Su una pedana c’è una seggiola e sta seduta Letizia; il corpo e la voce sono di Salvatore Nocera, il quale ha capelli lunghi raccolti sulla testa e un’enorme barba folta. Indossa una veste lunga sino alle ginocchia di quelle che le signore dei ceti più poveri mettono per assolvere alle faccende di casa, e delle pantofoline rosa. Il motivo per il quale all’interprete non preme darsi un aspetto femmineo (è persino corpulento!) tenteremo di rivelarlo in seguito. Gira un’enorme sfera psichedelica sulla sua testa e colora tutta la sala dell’Elicantropo prima che gli spettatori prendano posto e mentre la canzone “Romantici” di Viola Valentino è sparata ad alto volume. Accanto a lui/lei vi è posto difatti un registratore di musicassette. Poi s’interrompe, urla femminili si odono prima che Letizia su quello strambo trono regale inizi a raccontare.

L’immediatezza e la fluidità della narrazione si basa sul rispetto cronologico degli eventi ripetutamente interrotti da riflessioni e canzoni che man mano disvelano la realtà dello spazio circostante in cui questa donna è immersa. Dunque, la scrittura nella sua linearità va asserita ad una maggiore complessità in quanto la semplice autobiografia di Letizia è solamente il filo rosso in una prospettiva narrativa e teatrale sostanzialmente profonda e che deborda da un approccio esclusivamente introspettivo della vicenda. La storia di Letizia è riconoscibile, è quella di una donna di periferia e di un sud ancorato a sentimenti ancestrali, a violenze e ad ritmi biologici pulsanti, istintivi; dalla nascita alla perdita del padre, al conflitto insanabile con la madre, alla fuitina e l’illusione di una nuova vita, è la parabola discendente che inchioda la donna ad una perpetua condanna.

Dalle grida della madre che le urla “Puttana!” sopra la bara del padre a quelle dei figli che l’accompagnano al suo tragico destino, si dipana la sua esistenza intrisa di ignoranza e soprusi, eppure riletta dalla stessa con un’intelligenza acuta in cui risiede il plusvalore dello spettacolo, alla luce della peculiarità che progressivamente assume il suo racconto. Durante la prosecuzione dello stesso apprendiamo che Letizia non sta monologando ma sta stabilendo un contatto con qualcuno. In primo luogo ella cita spesso “Iddi”, pronome dialettale dietro al quale si cela la presenza di ascoltatori nascosti ed invisibili, istigatori della stessa narrazione che di continuo subisce interruzioni e di una terapia “musicale” mediante la quale Letizia rivisita la sua esistenza. E così, tra Nada, Pupo, Franco Simone e Viola Valentino ella conferisce al proprio passato una personale colonna sonora, canzoni esclusivamente italiane e di genere amore; perché “la musica ci fa la forma della realtà” ed è persino capace di rivestirla di una luce artificiosa, esattamente come la palla psichedelica che di tanto in tanto vediamo girare sul suo capo, ma in ogni caso di luce. Sembra rivedere in lei le donne ruccelliane che nei testi del drammaturgo partenopeo si susseguono immerse in quella sottocultura dei mass media, variegata di canzonette, fotoromanzi settimanali, programmi televisivi che si stagliano fra le umili case di quartieri periferici e poveri. Letizia, pur nel suo dialetto siculo, si riconosce nelle note e stralci di musiche che entrano nell’intimità di queste femmine che a quindici anni si ritrovano sulla scala della chiesa la domenica mattina a dover incrociare lo sguardo di chi potrebbe esser il loro marito, immediatamente pronti ad ingravidarle e ad emarginarle all’interno di una casa che in Sicilia come a Milano, o a Napoli rimane passaggio definitivo ed obbligato. Elle conoscono un corteggiamento brado, vivono il sesso con quella loro precocità ascritta ad una legge oggettiva, quali ragazzine-madri osteggiate dal proprio rione e marchiate come “puttane”, pur essendo paradossalmente ligie ad un ritmo biologico inevitabile. Letizia è ognuna di questi volti e l’illusione di un amore che si tramuta in un tacito non-rapporto tra maschio e femmina, determinato da quel meccanico “entrare ed uscire dal suo corpo” che sugella l’unico contatto con chi l’aveva scelta come sua sposa. Questo pertanto è il significato sociale che pertiene al lavoro di Palazzolo. C’è invece un altro livello che si ascrive alla drammaturgia e alla messa in scena dello stesso. Si colgono da un punto di vista anche meramente linguistico una serie di passaggi freudiani, di autoinganni, di false considerazioni e più il racconto procede più si ha l’impressione che nell’apparente follia del personaggio ci sia invece una lucidità cinica.

La sua è una consapevolezza assoluta, oggettiva, filtrata analiticamente da peregrinazioni mentali mediate dalla sua sgrammaticata lingua: “Io penso che è impossibile farsi una vita”. Tuttavia “Iddi” sono fuori quella stanza, suonano un campanello quando ella si perde nelle elucubrazioni su Pupo, su considerazioni che non c’entrano con la propria vita, e che cercano di manipolare la sua mente; “E chi manipola iddi?” si tocca il petto come dire io o per indicare la sua volontà di parlare e non parlare, di arrivare o meno al capitolo finale della sua biografia, di giungere al 1990 e lasciare i fabulosi anni 80 le cui note cesellano la parte migliore – altra considerazione non del tutto veritiera – della sua vita. Solo verso l’epilogo, allora, scopriamo che tale processo psicoanalitico non è indotto da entità esterne, ma da una ri-creazione da parte dello stesso personaggio. Quando Letizia ci rivela che sta fingendo di essere su di un palco, di essere l’attrice che impersona se stessa dinanzi ad un pubblico, ci tocca reinterpretare ciò che sinora abbiamo visto; quando ella stessa è a dirci di aver visto una volta che in teatro dove tutto si finge, si piangevano lacrime vere e quando stabilisce attraverso alcune battute un’interazione con il pubblico dinanzi, comprendiamo che probabilmente la barba che contraddistingue Salvatore Nocera, incolta ed incorniciata in un volto e in una corpulenza così virili, traditi soltanto dalla distonia dei gesti, ci dice che Letizia non è un corpo, è un fluido di lingua, di luoghi semiotici, parola e suono che si fanno veicoli di una realtà al di fuori dalla sala in cui vediamo lo spettacolo. Il teatro, dunque, è la vera terapia di questa donna che dirige, scrive ed reinterpreta un’esistenza comune a tante delle nostre periferie e città. Tuttavia, “La realtà non è mai una cosa, ma una cosa che è un’altra” e in realtà chi è Letizia? Letizia è uno spazio atemporale nel quale calare il racconto dissociato da una realistica immagine del personaggio, dunque forever, per sempre come per sempre inchiodato al meccanismo torturante della narrazione che si arresta, devia, si altera, passa per una mistificazione scenica e con estrema difficoltà riesce a concludersi, ma che la obbliga a vivere e a morire incessantemente. Allora, questi “Iddi” che premono per la completezza della storia, per la ricomposizione dell’ultimo tassello non siamo che noi stessi che le sediamo di fronte, autentici voyeur che spiano un’intimità devastata. Ecco, Letizia è falsificatrice, inventa, tesse e scuce servendosi della propria affabulazione, ingannandoci ripetutamente su chi sia veramente.

Chi, si chiede proprio sul finale, è in grado di comprendere tutto questo: il pubblico? “Picchì, io, di mio, non la faccio troppo intelligente, la gente, intelligente di capire la storia mia, voglio dire, di capirla vera, ca la gente non è mai troppo intelligente, per me, intelligente di capire veramente le cose”. L’interrogativo che ci lascia lo spettacolo di Palazzolo si configura come un richiamo alla coscienza sociale e collettiva di chi si siede in una platea. Gli occhi puntati su Letizia sono i nostri. Stiamo forse guardando attraverso la finzione ciò che fuori al teatro per noi è invisibile? Siamo solo coloro che suonano il campanello per avere una narrazione congrua, da cronaca nera soltanto, mentre rifuggiamo la complessità che regola il mondo in cui siamo? Cosa deve raccontare per noi il teatro?

Avremmo voluto, infine, dire che la storia di Letizia si basa su luoghi troppo comuni, afferenti alla solita Sicilia retrograda, ma è proprio guardando a quell’assenza di un concreto corpo di donna che sovviene l’immagine femminile di madri e mogli presenti nei quartieri accanto ai nostri. Ciascuna di esse potrebbe sedersi su quella sedia e raccontare la propria storia, prodotto di contesti socio-economici problematici pregni di ignoranza ma anche di una seria autoconsapevolezza che dovrebbe ancor di più segnarci, posti al cospetto di un rebus di esistenze complesse e irrisolvibili.

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