“Emilia”, scritto e diretto da Claudio Tolcachir

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fotoEmilia, un’anziana signora, entra in un appartamento dove una famiglia (Walter, la moglie Caro e Leo un figlio adolescente) da poco traslocata è intenta a sistemare una montagna di pacchi, valige, materassi, tappeti, attrezzatura di cucina che debordano da ogni dove. Dopo una generale esitazione Emilia si fa riconoscere: è la vecchia tata che ha accudito Walter quand’era un bambino grassoccio, un po’ tonto, balbuziente e sul quale riversò un amore esclusivo, eccessivo, una forma di possesso che influisce sulla sfera emotiva e personale del soggetto. L’amore di Emilia nei riguardi di Walter è stato ed è sincero, ma l’effetto “dipendenza” è ormai acquisito e lo si vede ora a distanza di tanti anni.

Ora Walter è un quarantenne pacioso, apparentemente sicuro di sé, vive con Caro, una moglie dal comportamento strano, distratta, depressa e da Leo, un figlio putativo che, al contrario, è ipersensibile, sessualmente attratto da signore mature (anche nei confronti di Emilia) e attaccato a Walter in modo eccessivo tale da renderlo succube. Emilia continua ancora a coccolare Walter come se il tempo si fosse fermato all’infanzia e gli ricorda tante cose di quella età e di quelle sue prime esperienze alla scoperta del mondo. Questa esplicita manifestazione di possesso accentua il disadattamento comportamentale della moglie che però accetta in casa la presenza fissa di Emilia. Fino a questo punto i discorsi rientrano nella piatta quotidianità con brevi esplosioni caratteriali frutto di un nervosismo che monta e prelude all’inevitabile redde rationem. A questo punto l’autore lascia Ionesco per puntare dritto a Strindberg. Il passaggio è preparato in sottotraccia dall’autore con grande attenzione ai tempi alla gestualità degli attori. Si affaccia alla porta un uomo, primo marito di Caro e padre reale del ragazzo. Dovrebbe essere una visita breve ma è sufficiente per sparigliare le carte, la maschera dell’ipocrisia cade, Cara confessa a Walter di non amarlo né di averlo mai amato e decide di uscire da quella casa, da quella vita col primo marito. Walter si rende conto di non aver finora capito nulla, gli crolla il mondo addosso, cerca disperatamente di trattenere la moglie. La reazione è proporzionale al sincero dolore, la gelosia travolge il fragile argine razionale e l’amore disperato si trasforma in un abbraccio mortale. Così come è iniziato, sarà Emilia a chiudere “serenamente” il racconto.

Emilia è la voce narrante, si rivolge direttamente a pubblico e racconta la sua storia, poi rientra nel vivo dall’azione scenica, a volte sembra scomparire agli occhi dei tre personaggi per poi trovarsi coinvolta nei loro dialoghi. In questa pièce passato e presente si confondono come la realtà e la finzione.

Ma chi è Emilia? Potrebbe essere vista come l’angelo del male che fa saltare i fragili meccanismi familiari ed emergere la verità fino ad allora obnubilata dalla normalità. La domanda è dunque se la tragedia che covava sotto la cenere della quotidianità sarebbe in ogni caso esplosa o se quel pesante strato di cenere, senza l’intervento liberatorio di Emilia, sarebbe stato sufficiente ad impedire di schiudersi al vaso di pandora?

Spettacolo duro, intenso, emozionante interpretato magistralmente da Elena Boggan nella parte di Emilia, ottimamente affiancata da Carlos Portaluppi in quella di Walter, da Adriana Ferrer nelle vesti della moglie Caro, da Francisco Lumerman del figlio e Gabo Correa nella parte del padre naturale.

Attenta e curata la regia di Claudio Tolcachir, funzionali le scene di Gonzalo Córdoba Estevez e il disegno luci Ricardo Sica.
Lo spettacolo è in lingua spagnola con sopratitoli in italiano.

 

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