“Lucia di Lammermoor” di Donizetti al Teatro dell’Opera di Roma

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fotoLa Lucia di Lammermoor di Donizetti in scena al Teatro dell’Opera di Roma si lega alla scomparsa di Luca Ronconi e si trasforma contemporaneamente in omaggio e ricordo del regista venuto a mancare solo lo scorso 21 febbraio. Come ampiamente ribadito, il nuovo allestimento del Teatro romano porta di fatto la firma di Ronconi che in pratica aveva quasi ultimato il progetto poi messo in scena dai suoi storici collaboratori, Ugo Tessitore alla regia, Gabriele Mayer ai costumi, Margherita Palli alle scene, Gianni Mantovanini alle luci.

E la Lucia di Lammermoor di Ronconi è quasi intellettualizzata, molto sobria, elegante: appare quasi denudata dal pathos più romantico e modernissima nel tratteggiare il dramma e i caratteri di una donna fin troppo fragile che resta schiacciata da una società maschilista ed è inerme vittima degli obblighi e dei vincoli con la famiglia, cause scatenanti del suo degrado psicologico.

Per Ronconi la società in cui si muove Lucia è totalitaria e l’idea viene chiaramente rafforzata proprio dalle scene essenziali (e quasi sempre fisse, con poche eccezioni) di Margherita Palli che costruisce architetture dai netti tagli geometrici in bianco abbacinante che risultano contemporaneamente essere prigione, monastero, fortezza e manicomio (con tanto di sbarre e pazienti, ora muti astanti della vicenda ora impotenti spettatori spettatori gesticolanti): non ci sono mai ornamenti o decorazioni, non ci sono colori, se non fredde luci che arrivano da bassi lampadari degni di una sala operatoria. In contrasto con la crudeltà dei luoghi c’è invece tutta la leggerezza suggerita dalla carta leggerissima e quasi semovente, soavemente illuminata dall’effetto dell’increspatura delle onde e dalla luna piena nella scena dell’incontro fra Lucia ed Edgar. In questa pregiata Lucia dal sapore molto razionale diventa quasi manichea la divisione fra bene e male, le donne e gli uomini, contrasto giocato anche dai costumi ottocenteschi (ma minimalisti) di Gabriele Mayer che staglia le decise silhouette nere degli uomini sulla scena a differenza delle invisibili nuance pastello delle donne. L’unicum in un certo qual modo è costituito proprio da Lucia che indossa lo stesso modello di abito in nero (ma solo perché è in lutto) all’inizio dell’opera e in bianco dopo le nozze quando sarà irreparabilmente macchiato del sangue dell’omicidio.

Se Ronconi punta sulla struttura totalitaria della società, Roberto Abbado sul podio invece enfatizza ogni momento della partitura attraverso una sostenuta e variegata strumentazione che segue costantemente ogni minimo mutamento drammaturgico e che esalta il flusso sonoro senza risparmiare il pathos, il dramma tenebroso, il romanticismo. La partitura poi si arricchisce della presenza della glasharmonika (indicata nella partitura originale e poi sostituita dallo stesso Donizetti dal flauto) che accompagna la lunga, celebre e acclamata scena della pazzia della protagonista con un suono quasi onirico e liquido. Buono il livello dell’intero cast, sempre attento anche nei recitativi, cruciali nella comunicazione: spicca soprattutto l’intensa interpretazione di Jessica Pratt (si alterna il 10 con Maria Grazia Schiavo), acclamata soprattutto nei vocalizzi della pazzia e trascinante nei duetti con il fratello Enrico (l’ottimo Marco Caria), impetuoso l’Edgardo di Stefano Secco (José Bros protagonista della recita del 10). Alessandro Liberatore è Arturo, Carlo Cigni è Raimondo, Simge Büyükedes è Alisa e Andrea Giovannini sarà Normanno. In primo piano il Coro diretto da Roberto Gabbiani. Ultime repliche venerdì 10 (ore 20) e domenica 12 (ore 16.30).

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