“Aida” di Verdi al Teatro dell’Opera di Roma

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Foto di Yasuko Kageyama-Opera Roma
Foto di Yasuko Kageyama-Opera Roma

Dimenticate lo sfarzo e la monumentalità sontuosa che hanno (quasi) sempre contraddistinto l’Aida: l’opera di Verdi in scena al Teatro dell’Opera di Roma con la regia e le coreografie di Micha van Hoecke è decisamente molto lontana dall’immaginario collettivo, ma non per questo meno affascinante. Anzi, tutto il contrario. È estremamente essenziale e intimista e si trasforma in un dramma dell’anima che lascia emergere in toto il triangolo amoroso ed emotivo dei tre protagonisti, Aida, Radames e Amneris divisi fra amore e morte e regala una nuova chiave di lettura spesso dimenticata dal pubblico. Il nuovo, pregevole allestimento andato in scena (otto le recite in totale) è la rielaborazione per gli spazi del Costanzi dell’allestimento che Van Hoecke aveva realizzato nel 2011 per le Terme di Caracalla: privata della monumentalità dei resti archeologici, l’Aida di van Hoecke acquista ancor di più il valore di opera cameristica lasciando trapelare in primo piano il dramma interiore dei personaggi.

E così la scena del grandioso trionfo viene “sostituita” con la semplicità ipnotica e leggera della danza di un simil-derviscio rotante, mentre le scene (di Carlo Savi) sono costruite sulla geometrica essenzialità delle piramidi rovesciate e delle scale movibili. Se la vicenda si svolge in Egitto, i colori (bellissime le luci fredde di Vinicio Cheli) richiamano soprattutto i torni freddi del blu sfumati anche negli abiti in stile ellenico delle ancelle e collocano la vicenda in una dimensione onirica che il regista ha scelto per raccontare il dramma agevolando così la contaminazione di realtà e simbolismo. Anche i costumi (di Carlo Savi) appaiono un po’ ibridi e mescolano tratti e caratteri di culture circostanti dello stesso periodo, ma senza essere particolarmente appariscenti o troppo sfarzosi.

“La mia Aida elimina ogni aspetto magniloquente, si concentra sulle relazioni intime, esalta la passionalità di ogni personaggio e diventa il terreno ideale per applicare il principio del raccordo fra gesto e suono” dice Micha van Hoecke autore anche delle coreografie con Alessio Rezza nel ruolo dello schiavo moro e Alessandra Amato nel ruolo della moderna Dea della Vittoria. Sul podio, il giovane Jader Bignamini, già scelto dal Chailly come clarinetto piccolo dell’Orchestra Sinfonica la Verdi, e poi salito sul podio della stessa Orchestra con cui lavora assiduamente: qui, al suo debutto romano ha colto proprio la dimensione cameristica dell’opera verdiana in linea con le raffinatezze del Coro diretto da Roberto Gabbiani. Tre i cast che si sono alternati in scena: buone le voci del secondo cast (sempre meglio nel corso dell’opera), dal soprano Hui He (che ha sostituito l’indisposta Maria Pia Piscitelli), esperta nel ruolo della schiava Aida, alla sanguigna Amneris interpretata da Raffaella Angeletti a Dario Di Vietri-Radames, di tanto in tanto un po’ rigido in scena nei gesti.

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