“Sogno di un uomo ridicolo” di Fedor Dostoevskij

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fotoI sogni sono mossi non dalla ragione, ma dal desiderio, non dalla testa, ma dal cuore. Allora feci questo sogno. Loro adesso mi prendono in giro dicendo che si è trattato soltanto di un sogno. Ma non è forse lo stesso che si sia trattato di un sogno oppure no, se questo sogno mi ha rivelato la verità?

Il magnifico, complesso, intimo testo di Dostoevskij è una lucida e possente parabola della condizione umana. Il protagonista è un tipico personaggio dello scrittore russo, è un uomo del sottosuolo. un umiliato e offeso. È indifferente alla sofferenza altrui, è abulico, assente, inutile l’uomo che la notte in cui decide di uccidersi si addormenta, sogna il suo suicidio e dopo la morte un’altra vita su un pianeta identico al nostro, una sorta di Eden in cui gli uomini, non conoscono il male né il dolore, non hanno chiese e religioni, tutti fanno parte di un’unica grande famiglia. Ma la sua presenza, i suoi racconti sulle nequizie terrestri, sui disvalori: menzogne, cattiverie, sensualità, invidia, crudeltà, ferocia, ipocrisia affascinano quegli uomini puri, incontaminati che imparano presto la lezione. Così per osmosi i vizi e le virtù cambiano di segno, loro gustano con piacere la “mela” del peccato mentre l’uomo si converte al modus vivendi di quella società civile, onesta, serena. Quello che doveva essere il viatico, attraverso il sogno, alla ricerca della felicità e della verità si avvera dunque e, una volta sveglio, l’uomo ripercorre lo sviluppo della vita dagli inizi attraverso tutti gli stadi della cosiddetta “civiltà”. L’uomo ridicolo è vittima della sua disperata illusione di poter raccontare ciò che ha visto nel sogno e cioè la salvezza dell’Umanità attraverso la sofferenza. In questo viaggio onirico Dostoevskij fa una lucida analisi introspettiva sulla duplice natura dell’uomo in cui convivono bene e male, coraggio e vigliaccheria e testimonia il suo amore e comprensione nei confronti della debolezza e fragilità dell’essere umano nel suo viaggio attraverso la precarietà della vita. In questo processo onirico, malgrado l’uomo decida di dedicare la propria vita alla predicazione della Verità, si rivela utopica la speranza della “rinascita” dell’umanità che, dominata com’è dalla corruzione, dall’odio, dal rancore è votata all’autodistruzione.

Difficile trovare aggettivi che possano esprimere lo stupore, l’entusiasmo, l’emozione (l’emozione che non ci inumidisce gli occhi, ma moltiplica i moti dell’anima) in cui ci siamo persi nell’interpretazione di un grandissimo Gabriele Lavia, Un’interpretazione fedele, intensa e ipnotica, un monologo di grande forza concentrata nell’espressione mimica, nelle pause, nei silenzi, nelle tonalità della voce con accenti di rabbia, di disperazione che esaltano la forza icastica della parola di Dostoevskij. Forse suggestionato dalla recente visita della Pietà Rondanini, certe posture di Lavia mi hanno ricordato la straziante figura della Madonna e l’abbandono del Cristo morto.

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