ToninoT

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fotoDrammaturgia Fiorenzo Madonna

Con Carmine Paternoster e Antonio Maione

Regia Adriana Follieri

Disegno luci Davide Scognamiglio

Prodotto da Manovalanza in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival

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Al Ridotto Mercadante, gremito di persone, va in scena per il Napoli Fringe Festival ToninoT spettacolo della compagnia Manovalanza ed interpretato da Carmine Paternoster ed Antonio Maione.

Un excursus malinconico e cinico sul mondo della malavita anni ’80 è ciò che prende forma attraverso l’individuale esperienza di Tonino (Carmine Paternoster) la cui vita s’infrange in una gattabuia di un carcere palermitano, dopo qualche decennio di reclusione. In una cella, dunque; due letti posti al centro dell’assito sui quali Tonino ed il suo compagno di galera, ripercorrono insieme la sua vita. Alle luci di colore blu e poi rosse è affidato il compito di dar forma visiva alla dimensione del ricordo, lontana da un’illuminotecnica naturalista, avvallato dal doppio ruolo di Antonio Maione: questi è analogamente destinato a scontare con ogni probabilità una simile esistenza, ma è al contempo Tonino all’epoca dei suoi ventisei anni. In questa maniera l’intreccio della fabula è caratterizzato da un duplice livello temporale con il quale la storia procede assecondando un bisogno di esternare più che altro verità vere o presunte apprese in questi anni di buio. Dunque, il mezzo che si profila resta un teatro essenziale e di parola che cerca di fendere il silenzio di un’anima sospesa e che è più volte citato ed invocato: “Il silenzio che sto cercando è una sola cosa con la morte. Pochi gli oggetti sulla scena; reti di materassi che divengono tavole, uno sgabello al centro sul quale un’unica luce verticale è puntata ci riconduce attraverso il giovane corpo di Antonio Maione negli anni del collegio e poi nel giorno in cui Tonino fu rifiutato dall’Arma per pochi centimetri d’altezza in meno. Ma da quel momento al furto di una vespa il passo sembra assai breve, labile quanto la romantica parentesi che ne intervalla la narrazione, l’invaghimento per una ragazza, un passaggio in una macchina con lei e poi il perdersi. Le luci blu o rosse del ricordo si tramutano in quelle chiare e realistiche, quanto lo è l’unico ambiente tangibile della vicenda: il carcere. La vita di Tonino è un treno con due sole fermate, (una sorta di frecciarossa che non ferma se non nelle due sole città più importanti) ovvero carcere e morte. Eppure, la velocità di questo treno è solo moto apparente, giacché il processo giudiziario che la legge gli aveva intentato in gioventù lo ha scaraventato in un’autentica sospensione del vivere. In tale estrema condizione matura l’incattivimento contro la legge e quindi la scelta di una giustizia personale, come assioma della sua esistenza. Infine una sorta di arrendevolezza; una bianca bandiera, fatta di luce e polvere, che consegna al giovane compagno, una specie di Graal eretto a simbolo di una vita. Pulsioni giovanili canalizzate nel mondo illegale e criminoso degli anni ’80, rivisitato da Manovalanza entro i confini angusti di una cella come angusto appare tutto lo spettacolo. Cosa resta di ciò? Restano echi poetici che tentano di librare la scrittura rispetto ad una voluta semplicità espressiva e drammaturgica di fondo, ma l’impressione è che la storia e la modalità di resa teatrale non approdi a nulla di nuovo né accenni ad un che di sperimentale; perfino il ripercorrere seppur con metafore – il terremoto – la condizione antropologica del contesto malavitoso anni ’80 e la stessa condizione personale quale motivo centrale del testo non deviano alcunché da altre esperienze teatrali nostrane né la regia apporta variazioni significative a questo genere di lavoro.

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