“I was looking at the ceiling and then I saw the sky”, il song play di Adams al Teatro dell’Opera di Roma

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Foto di Yasuko Kageyama-Opera Roma 2014-15
Foto di Yasuko Kageyama-Opera Roma 2014-15

Dopo il successo del festival dedicato a Puccini nella stagione estiva alle Terme di Caracalla, il Teatro dell’Opera di Roma alza il sipario sulla musica contemporanea con il debutto in prima assoluta italiana di I was looking at the ceiling and then I saw the sky, il song play di John Adams su libretto della scrittrice-attivista June Jordan osando quello che è un vero e proprio musical, una commedia musicale in salsa pop-hard rock-funky-gospel- rhytm and blues-jazz (e non solo) una sorta di omaggio (apparente coacervo) raffinatissimo alla musica dell’infanzia del compositore.

Ecco la contaminazione potrebbe essere la chiave di approccio e di lettura al lavoro di Adams: I was looking at the ceiling and then I saw the sky (letteralmente Stavo guardando il soffitto e ho visto il cielo) fotografa l’anima e l’essenza stessa del song play scritto nel 1995 dopo il devastante terremoto di Los Angeles, un colorato dramma amoroso ibrido, “una storia d’amore multivettoriale” (secondo il compositore) che racconta le storie intrecciate dei sette ventenni di diversa estrazione sociale ed etnica attraverso una serie di tematiche profondamente radicate nella società statunitense, ma di fatto universali affrontando le problematiche razziali e l’immigrazione, l’amore non corrisposto, il sesso, il tradimento o le relazioni di coppia.

Il cast dell’opera poi riflette la vivacità di un cast degno di un musical con voci non troppo impostate, ma che conta sulla vivacissima e prestante presenza scenica di Daniel Keeling (Dewain), Jeanine De Bique (Consuelo, vocalmente indisposta), Joël O’Cangha (David), Janinah Burnett (Leila), Grant Doyle (Mike), Patrick Jeremy (Rick), Wallis Giunta (Tiffany).

Brillantissima e avvincente la regia di Giorgio Barberio Corsetti (a Roma arriva l’allestimento del 2013 del Théâtre du Châtelet di Parigi) che con soli sette personaggi ha riempito costantemente la scena (del regista e Massimo Troncanetti) animando il palco dove si ergono quattro strutture verticali che vengono debitamente spostate per creare ambienti ad hoc e costantemente illuminate attraverso l’uso di tanto sfiziose quanto ardite videoproiezioni animate (i video sono di Igor Renzetti, le animazioni di Lorenzo Bruno e Alessandra Solimene) che delineano il cielo della città, accendono di colori le strade, creano mappature e disegnano gli interni, moltiplicano gli astanti attraverso dettagli o seguono i sogni e le parole dei protagonisti. Il regista riesce a riempire (ma senza strafare) il palco concentrando l’attenzione sulla scena e sulle dinamiche drammaturgiche dei personaggi esponendo chiaramente le loro pulsioni, i loro sogni con un risultato molto affascinante e sofisticato che sfrutta debitamente le tecnologie senza restarne asservito o senza soffocare i sentimenti e la musica: il terremoto (evocato attraverso un pezzo jazz fra dissonanze e rotture) irrompe nelle vite di ciascuno e si presenta a livello visivo attraverso la demolizione-caduta delle torri, l’assenza di colore, la polvere che invade la platea in una distruzione materiale. E se tutto sprofonda nel grigio e nella disperazione, i personaggi nella seconda parte dell’opera, decisamente più intimista e meno visivamente d’impatto, dovranno affrontare una propria dolorosa catarsi individuale. La regia e le scene seguono la struttura intrinseca del musical attraverso diversi quadri interdipendenti dal taglio cinematografico e ogni brano, oltre a riflettere l’urgenza drammaturgica e morale dei personaggi, tende a configurarsi come un esplicito a un diverso genere musicale creando via via un sofisticato melting pot anche a livello musicale filtrato attraverso il raffinato minimalismo di Adams, complice un ridotto ed essenziale ensemble di sette musicisti (tre tastiere, chitarra e basso elettrico, sax, clarinetto e batteria, tra orchestra ed esterni) estremamente versatili anche nell’improvvisazione, diretti con agevole dimestichezza dal maestro Alexander Briger al debutto romano.

I was looking di fatto si presenta come un’opera fruibile per ogni tipo di pubblico e di cui non è neppure così necessario conoscere il libretto, ma affidarsi semplicemente alla musica e alla coinvolgente messinscena. Il pubblico applaude e apprezza un’opera che, seppur non mostra un’ininterrotta tensione drammaturgica, s’inserisce correttamente nel processo di rilancio dell’Opera di Roma nell’ottica di un processo di “educazione e formazione” musicale anche alla musica contemporanea (in vista del Festival di contemporanea) anche attraverso il Mahagonny di Kurt Weill, in scena a ottobre, che traghetterà il pubblico verso l’apertura della nuova stagione con The Bassarids di Henze. Ultime repliche con il song play di Adams martedì 15 settembre, ore 20.00, mercoledì 16 settembre, ore 20.00, giovedì 17 settembre, ore 20.00.

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