Casa nova, vita nova

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fotoFirenze, via dell’Amorino, estate del 1956. La guerra è finita, spazzando via il morale degli italiani, e la Legge Merlin, approvata nel 1948, sta per trovare la sua realizzazione: le “case chiuse” stanno serrando i battenti. Anche via dell’Amorino – mai denominazione fu più azzeccata – è costretta a dire addio al via vai di uomini che la percorrevano in cerca di piacere. Un vero peccato per lo stabile, otto stanze ben ammobiliate, che il pregiudizio e le maldicenze sembrano destinare all’abbandono.

Arduino Ciuti (Raul Bulgherini) guarda aldilà dei lussuriosi tendaggi rossi e scorge una vita finalmente serena con la sua famiglia, che, come tante altre all’epoca, deve, suo malgrado, condividere le mura domestiche con un altro nucleo familiare, col quale i rapporti sono manifestamente burrascosi. La decisione non è facile, ma l’equilibrio è precario e la prospettiva di tranquillità ammaliante. Come è uso per faccende che riguardano le strade come quella, il marito non rende partecipe del suo intento la moglie Cesira (Giovanna Brilli), che si accorge tardi e ruvidamente, insieme agli altri componenti della famiglia Ciuti, dell’insidia celata in quell’affare troppo conveniente.

Ispirato ad un bizzarro fatto di cronaca realmente accaduto e fresco di giornale al momento della stesura del testo, “Casa nova, vita nova” racconta nello schietto vernacolo fiorentino, di cui la Compagnia del Grillo è nobile baluardo, una storia di semplici, esilaranti equivoci.

Il vigore comico della drammaturgia è quello di un Verismo tutto toscano, dove la realtà del dopoguerra incontra l’indole spiritosa dei fiorentini, permettendo alla risata di scoppiare solo dopo aver lasciato in bocca l’amaro della concretezza. È questo forse il filo conduttore di tutta l’opera di Vinicio Gioli, autore, insieme a Mario de Mayo, dell’opera teatrale. Questa, divenuta presto parte del repertorio vernacolare fiorentino, riscosse fin dall’inizio un enorme successo, anche grazie all’interpretazione di Giovanni Nannini, che impersonava il prolisso, arzillo nonno Utilio, ruolo ereditato in questa nuova versione da Sergio Forconi, la cui salace pacatezza, perfetta combinazione tra l’aspetto canuto e lo sguardo attento, rende spontanea la recitazione.

Angelo Savelli cura la regia di uno spettacolo con alle spalle una storia lunga sessant’anni, senza storpiarne o forzarne l’originarietà, mantenendone la vivace tempra vernacolare, che il regista da tempo conosce e ripropone e che ha nella sua inquadratura territoriale e temporale la sua potenza comunicativa. E un tema come quello delle case chiuse non ha bisogno di essere all’ordine del giorno per creare spunti comici e giocare sulle sottigliezze di linguaggio, tanto meno se in mano a professionisti. Tra un equivoco e un litigio, chissà che via dell’Amorino non possa rivedere il suo etimologico diminutivo.

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