La traviata

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Foto di Michele Crosera
Foto di Michele Crosera

Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio.

Versione 1854

Personaggi e interpreti (secondo cast):

Violetta Valéry: Francesca Dotto
Alfredo Germont: Shalva Mukeria
Giorgio Germont: Giuseppe Altomare
Flora Bervoix: Elisabetta Martorana
Annina: Sabrina Vianello
Gastone: Iorio Zennaro

Il barone Douphol: Armando Gabba

Il dottor Grenvil: Francesco Milanese
Il marchese d’Obigny: Matteo Ferrara

 
Maestro concertatore e direttore: Riccardo Frizza
Regia: Robert Carsen
Scene e costumi: Patrick Kinmonth
Light designer: Robert Carsen e Peter Van Praet
 
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti
Allestimento Teatro La Fenice

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Ogni volta che si rivede La traviata di Robert Carsen, proposta ciclicamente dal Teatro La Fenice, se ne scoprono dettagli prima ignorati e ci si concentra sugli interpreti del momento, confrontando e valutando chi sia il migliore. L’orizzontalità pervade le monumentali scene di Patrick Kinmonth, impostate su diverse tonalità di verde, ed è evidenziata anche dalla scelta di disporre le masse corali sempre a ridosso della ribalta. L’incontro tra Violetta e Germont avviene in una foresta ove le banconote volteggiano nell’aria come farfalle sino a scendere copiose mentre il lancinante Amami, Alfredo strazia il cuore degli animi sensibili. D’altronde, come rammenta Carsen, è il denaro a cementare l’azione, sia esso ricavato per mantenere Alfredo, compenso per prestazioni sessuali, onorario medico dell’ultima visita alla poveretta, spirata nella stanza 1206 oramai disadorna. Il light design, curato dallo stesso regista e da Peter Van Praet, ammanta le atmosfere di luci via via sempre più cupe e confondenti, in un progressivo mancar di forze.

Francesca Dotto dimostra di aver coltivato nel tempo il ruolo con passione. La sua Violetta si avvia verso una quasi completa maturità, vocale ed espressiva, complici l’ottimo fraseggio, l’ uso consapevole delle dinamiche e l’equilibrato impiego dell’acuto. Man mano che la tragicità degli eventi prende piede, il giovane soprano trevigiano disvela l’autentica predisposizione per il melodramma. Il canto colorato si unisce al gesto sempre studiato e appropriato, ritraendo una donna veramente tormentata dal male fisico e sociale. Shalva Mukeria sfoggia acuti centrati e sicura intonazione, un Alfredo degno di Verdi! Problemi d’intonazione affliggono invece Giuseppe Altomare, accentuati nel concertato del finale secondo. Sempre leonina la Flora di Elisabetta Martorana. Bene si disimpegnano Armando Gabba (Douphol), Matteo Ferrara (d’Obigny) e Francesco Milanese (Grenvil). Sfiatata l’Annina di Sabrina Vianello e dimenticabile Gastone quello di Iorio Zennaro.

Riccardo Frizza dirige la smagliante orchestra veneziana, ormai più che rodata, con competenza e inventiva, restituendo una rilettura di Traviata ricca di cristallina politezza. Sceglie tempi tutto sommato pertinenti, non eccede in pesantezza e imprime un’ottima incisività nelle scene d’assieme, mantenendo elevata la qualità musicale.

Di rilievo la prestazione del Coro, più convincente rispetto a occasioni passate.

Applausi convinti per tutti, standing ovation per Dotto che esce a raccogliere gli onori al termine del terzo atto e se li riprende di nuovo alla fine della passerella.

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