“120 chili di jazz” di César Brie

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fotoAutore, attore, regista: César Brie

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La rassegna “Contemporanea” al Teatro Metropolitano Astra di San Donà di Piave si è aperta con lo spettacolo 120 chili di jazz di César Brie, l’attore, regista e drammaturgo argentino che dagli anni ’70 ha vissuto più volte l’esilio dalla propria terra per ragioni politiche, battendo successivamente la strada della sperimentazione e della creazione collettiva nel teatro dei gruppi in Italia, nel Terzo teatro in Danimarca (anche con l’Odin Teatret di Eugenio Barba) e nell’esperienza boliviana del Teatro del Los Andes.

Il monologo 120 chili di Jazz, scritto e interpretato da César Brie, si discosta apparentemente dal percorso di impegno civile e di ricerca espressiva del suo percorso teatrale, per concentrarsi maggiormente su una vicenda privata, esplorando temi legati al sentimento amoroso e alla quotidianità. Ma la matrice autobiografica e letteraria del testo riconducono forse questo lavoro alle motivazioni originarie e alle radici del fare teatro di questo artista sudamericano che a tutt’oggi costituisce una presenza originale nel panorama teatrale internazionale. César Brie compone infatti 120 chili di jazz in forma di racconto nel 1994 mentre corteggia inutilmente per un lungo periodo una donna in Bolivia. Questa vicenda personale si riflette nella storia dell’impossibile amore del protagonista della pièce (successivamente tratta dal racconto), l’enorme Ciccio Méndez (pesa 120 chili) per la sua bella, Marianna Samantha, la quale, respingerà il suo innamorato, seppur colpita e impietosita dalle sue profferte.

Per raccontare la patetica storia di questo sfortunato “uomo qualunque” che sfoga le proprie frustrazioni, oltre che la propria golosità, mangiando mastodontici panini farciti, César Brie usa le tecniche del teatro di narrazione e l’improvvisazione col pubblico. In elegante completo grigio con cravatta e fazzoletto lilla il narratore-César Brie accoglie amichevolmente il pubblico, invitandolo a sedersi sulle sedie disposte sul palcoscenico e con estrema naturalezza e affabilità imbastisce, col gusto della precisione del ritratto realistico-psicologico, la storia di Ciccio, rievocando vividamente le ambientazioni (sulla scena è presente solo una sedia) e calandosi di volta in volta nei vari personaggi o attribuendo a componenti del pubblico tali ruoli in brevi siparietti ludici. L’effetto comico è così garantito dalle gag determinate dalla goffaggine fisica del personaggio e dalla speculare inadeguatezza sperimentata dalle micro-performance a cui sono chiamati a partecipare alcuni componenti del pubblico.

Tra i personaggi minori spicca quello di Secco, il contrabbassista del complesso jazz che accetta di farsi sostituire da Ciccio, il quale riuscirà in questo modo a partecipare alla festa mondana organizzata dal facoltoso padre di Marianna, riproducendo con la voce le note che finge si suonare sullo strumento. Pathos e buffoneria raggiungono l’apice nella scena finale in cui Ciccio, fatto sparire proditoriamente il contrabbasso, si lancia, accompagnato dagli increduli componenti del gruppo, in un irresistibile assolo in cui alla simulazione vocale si associa una danza sempre più scomposta in cui l’adipe debordante fluttua in un sublime spasimo d’amore. Se la bella Marianna non sarà completamente conquistata, lo è stato il pubblico del Teatro Astra, avvolto sin dall’inizio nella calorosa atmosfera di stampo cechoviano in cui l’umanità del protagonista, tenace e votato alla sconfitta, è stata resa dall’attore argentino attraverso un mite umorismo.

Al termine della serata César Brie ha cortesemente risposto alle domande rivoltegli dagli allievi attori dell’Accademia Teatrale Veneta di Venezia sullo spettacolo e sull’arte dell’attore.

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