Der Rosenkavalier

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©Wiener Staatsoper
©Wiener Staatsoper

Commedia musicale in tre atti

Libretto: Hugo Von Hofmannsthal

Musica: Richard Strauss

 

Personaggi e interpreti:

La Marescialla, principessa di Werdenberg: Ann Petersen

Il barone Ochs di Lerchenau: Wolfgang Bankl

Octavian: Stephanie Houtzeel

Il signore di Faninal: Jochen Schmeckenbecher

Sophie: Chen Reiss

Marianne Leitmetzerin: Caroline Wenborne

Valzacchi: Benedikt Kobel

Annina: Zoryana Kushpler

Un commissario di polizia: Alexandru Moisiuc

 

Direttore: Adam Fischer

Maestro del coro: Martin Schebesta

Regie: Otto Schenk

Scene: Rudolf Heinrich

Costumi: Erni Kniepert

 

Orchester der Wiener Staatsoper

Chor der Wiener Staatsoper

Bühnenorchester der Wiener Staatsoper

Kinder der Opernschule der Wiener Staatsoper

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L’allestimento del Rosenkavalier di Otto Schenk, dal 1968 in pianta stabile nel cartellone della Wiener Staatsoper, continua a brillare d’una luce costante quanto quella emanata dall’unguentario di smeraldo conservato nella vicina Schatzkammer asburgica. Il tempo raggrinzerà le gote di qualche matura Marescialla – che in gioventù può essere stata Sophie o addirittura Octavian stesso, nella carriera d’alcune celebri cantanti – ma non intacca il rococò da manuale ricreato dalle scene di Rudolf Heinrich e dai costumi di Erni Kniepert, in cui paiono rivivere le tele di Hogarth e di Longhi, brulicanti di traffichini, balie, aristocratici e borghesi. Fedele al libretto, il regista sviluppa in maniera sublime il gioco dell’amore e del caso. Il proscenio basso del primo e terzo atto incorniciano il momento più carico di tensione, la Präsentation della rosa, nel luminoso palazzo di Faninal tutto scalini, balconata e prospettive. L’incontro tra Sophie e l’argentato Octavian blocca l’azione circostante, dando spazio ai giovanili trapassi emotivi, ove gli occhi si rincorrono e i corpi pure. Infine, nella penombra della sudicia locanda, tre diversi umori si espandono nella sospensione del tempo, convogliando tre differenti misure verso l’apoteosi. Consegnato a denti stretti il suo fuoco sacro alla Faninal, la Marescialla esce di scena. In fondo si sa, essa è colei che, quale sapiente musa iniziatica, accompagna il conte diciassettenne nel passaggio dall’amore immaturo e sterile, ancora pregno di tensioni psichiche indefinite, a quello adulto e fruttifero. Riserva a Octavian non uno sguardo, non una parola, ma un freddo baciamano. Genialità di Schenk che in un sol gesto condensa il senso dell’intera vicenda.

Nelle vesti della Marescialla pensierosa, rassegnata fin dal principio al suo destino, c’è il soprano danese Ann Petersen. Convince nella partitura gestuale, meno in quella vocale, poiché possiede un fraseggio gustoso, ma pecca in estensione e volume. Dopo un primo atto non esaltante, ove debole è il monologo Da geht er hin, diparte discretamente nel finale. Ottima Stephanie Houtzeel nei panni di Octavian e della finta Mariandl – ennesimo gioco di ambiguità sessuale, un mezzosoprano che interpreta un uomo che si veste da donna. Houtzeel è agile nel ruolo en travesti, maschile e seducente nelle movenze. Lo slancio, gli attacchi precisi e gli accenti diversi con cui dipinge un sentimento sempre cangiante la rendono la migliore della serata. Chen Reiss disegna una Sophie riccamente tratteggiata, facendosi notare per il registro acuto assai interessante. Peter Rose, previsto da locandina, ma indisposto per motivi di salute, è stato sostituito da Wolfgang Bankl nella parte del tracotante Ochs. Bankl possiede una voce che personalmente non gradisco, più bass-baritone che vero basso. Tuttavia, il ruolo è reso con efficacia scenica, in un’equilibrata ironia grottesca. Discreti il Faninal di Jochen Schmeckenbecher e l’autorevole commissario di Alexandru Moisiuc. Di misura la Leitmetzerin di Caroline Wenborne, come il Valzacchi di Benedikt Kobel e l’Annina di Zoryana Kushpler. Si distingue, tra gli altri personaggi, il cantante italiano di Jinxu Xiahou, tenore dalla voce pulita e brillante.

L’Orchester der Wiener Staatsoper in gran dispiego di forze asseconda le direttive di Adam Fischer, volte a un palese sinfonismo non sempre ben calibrato nei volumi. Se la sua lettura del primo atto restituisce appieno il delicato erotismo prescritto da Strauss e del secondo la trivialità di Ochs con gli anacronistici ma geniali temi di valzer, nel terzo Fischer predilige volumi troppo pompati che non fanno bene alle voci, quasi a voler purificare con la musica l’“egoismo” del canto.

Ottimo il Coro preparato da Martin Schebesta.

Applausi convinti per tutto il cast alla recita del 19 dicembre 2015, con apprezzamenti per Petersen, Bankl, Houtzeel e Reiss. Impossibile non commuoversi innanzi alla tanta umanità del finale, se neppure le tre cantanti che lo eseguirono all’esequie del compositore, mentre Solti le dirigeva, riuscirono a trattenere le lacrime.

 

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