La bellezza intramontabile di “Turandot” nell’allestimento di Zeffirelli

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Foto di Ennevi
Foto di Ennevi

Quarto titolo in cartellone per il festival dell’Arena di Verona, questo allestimento di Turandot è senza dubbio uno dei meglio riusciti per il palcoscenico scaligero.

Seppur ripresa diverse volte negli anni (la prima risale al 2006), questa Turandot mantiene intatta tutta la sua bellezza ed è assolutamente da non perdere. La regia “cinematografica” di Franco Zeffirelli, le scene cupe e grigie che si aprono a metà del secondo atto sulla sontuosità dorata della città proibita – suscitando nel pubblico un autentico senso di meravigliato stupore – i costumi del premio Oscar Emi Wada, la musica di Puccini e il finale scritto da Franco Alfano…

Insomma, una produzione che ci restituisce finalmente la bellezza dell’Opera dopo tante brutture viste di recente: un sempreverde perfetto nella sua ricchezza baroccheggiante e opulenta, senza sperimentazioni ma curato nei minimi dettagli. Un organismo complesso ma armonioso, che regala tutte le emozioni di questo capolavoro del ‘900, così moderno a 90 anni dalla sua prima assoluta.

Perché in fondo il libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni si apre con la frase “A Pekino, al tempo delle favole”, ed è proprio questo che ci regala l’allestimento di Zeffirelli: una meravigliosa, maestosa, magnifica favola, di una bellezza rara e preziosa. Una favola che lascia un ricordo vivido e la sensazione di aver assaporato una ricetta artistica perfettamente riuscita, dalla prima nota all’ultimo applauso.

La direzione di Andrea Battistoni è stata perfettamente in linea con quello che ci si aspetta dallo spartito: valorizzando tutte le sfumature del libretto, il Maestro ha mantenuto un buon equilibrio tra buca e palcoscenico, negli accenti più forti e nelle melodie più struggenti, così come nei momenti corali.

Il coro, preparato dal maestro Vito Lombardi, ha offerto nel complesso un’ottima prova, dimostrando uguale armonia nel cantato e nei movimenti previsti dalla regia.

Il Calaf di Carlo Ventre è stato incerto nel primo atto, per poi acquisire maggior sicurezza nel secondo. La voce di Ventre ha un timbro deciso, altisonante, con fiati potenti e tessiture precise e godibili in tutte le tonalità, ma quel che è mancato durante questa rappresentazione sono stati empatia, interpretazione e sentimento, mancanze purtroppo gravi per un personaggio come Calaf.

Poco convincente la Liu di Elena Rossi, che ha timbro potente ma esagera nei vibrati, impastando tessitura e dizione, tralasciando le sfumature cromatiche e privando il personaggio della sua complessità emotiva, nonostante un’intonazione precisa e una buona presenza scenica.

Federico Longhi, Francesco Pittari e Giorgio Trucco, rispettivamente Ping, Pong e Pang, sono stati deliziosamente perfetti nei loro costumi colorati e appariscenti, nella gestualità come nel cantato. In particolare Longhi, che ha regalato al pubblico momenti di comicità eseguiti con una precisa maestria in un’interpretazione degna di nota.

Magnificamente glaciale, inarrivabile e ultraterrena la Turandot di Oksana Dyka, con voce potentemente modulata ma sempre precisa nell’intonazione (meno nella dizione). La soprano ucraina ha saputo interpretare con maestria anche lo scioglimento amoroso della principessa di ghiaccio, regalando sul finale momenti di emozione autentica.

Carlo Cigni, nel ruolo di Timur, si conferma un grande interprete sia dal punto di vista vocale, con un timbro rotondo e pieno, sia dal punto di vista della recitazione, restituendo al pubblico un re in esilio davvero convincente.

Al contrario Cristiano Olivieri, pure nella piccola parte dell’imperatore, scompare di fronte ai colleghi: forse anche a causa della posizione così alta del trono sulla scenografia, la sua voce è arrivata in platea davvero troppo flebile.

Il corpo di ballo, coordinato dal Maestro Gaetano Petrosino, si è risollevato dalla figuraccia della prima di Aida, offrendo nel complesso una performance buona, anche se non eccellente e non priva di pecche nel coordinamento tra i ballerini, soprattutto nel secondo atto. Nonostante le coreografie decisamente semplici. Sarà così difficile muovere dei ventagli in sincrono?

A fine recita successo pieno con mezza platea in piedi e applausi scroscianti per tutti. Un’Arena gremita ed entusiasta, che non si è risparmiata nemmeno nei tanti applausi a scena aperta.

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Turandot, dramma lirico in tre atti su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni

Musica di Giacomo Puccini

Personaggi e interpreti:

Turandot: Oksana Dyka

Imperatore Altoum: Cristiano Olivieri

Timur: Carlo Cigni

Calaf: Carlo Ventre

Liù: Elena Rossi

Ping: Federico Longhi

Pong: Francesco Pittari

Pang: Giorgio Trucco

Mandarino: Paolo Battaglia

Il Principe di Persia: Michele Salaorni

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Direttore: Andrea Battistoni

Regia e scene: Franco Zeffirelli

Costumi: Emi Wada

Movimenti coreografici: Maria Grazia Garofoli

Lighting designer: Paolo Mazzon

Coro di Voci bianche: A. d’A.MUS. diretto da Marco Tonini

Maestro del Coro: Vito Lombardi

Coordinatore del Corpo di ballo: Gaetano Petrosino

Direttore allestimenti scenici: Giuseppe De Filippi Venezia

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona

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Repliche il 27 luglio, 12-19-25 agosto.

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