Senza Arte si vive al buio: “Sebastiano Coppa”

Conversazione amichevole a cura di Michele Olivieri

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fotoSebastiano Coppa ha iniziato ad accostarsi alla coreografia mentre studiava danza classica in Francia, danza moderna a New York e presso la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. È stato Solista nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala ed è stato incaricato di fondare una nuova compagnia costituita dai migliori danzatori. Ha coreografato numerosi lavori come “Egmont” di L.V. Beethoven, una nuova versione di “Cenerentola” di S. Prokofiev, “Suite Mozart”, “Di Chirico” di I. Stranviskij (Tango), “Aldebaran” di L. Noto, “Three Improvisation” di F. Schubert e “Pittigrilli” di A. Berg e molte altre opere. I suoi lavori sono stati presentati in vari Festival come quello di Nervi, Spoleto, Roma e Vignale. Ha preso parte a parecchie tournée in Italia, Svizzera, Germania e Francia. Oltre a questo, ha partecipato come coreografo in svariati spettacoli televisivi che sono stati presentati in Italia e nel mondo, tra i quali “The Happy Circus”, “The Magic Happy” e il TV top series “Beatles”. Sebastiano Coppa è considerato un coreografo accademico di danza classica con uno stile unico nel trattare e combinare la musica attraverso i movimenti. Ha lavorato con celebri coreografi internazionali del XX secolo come Maurice Béjart, John Cranko, Rodriguez, Aurel Milloss e Leonide Massine.

Carissimo Sebastiano, se ritorni con la mente a bambino, quali sono i tuoi primi ricordi collegati alla danza?

Per questa risposta devo andare indietro con il tempo, penso che sia importante l’ambiente in cui cresce un bambino. Vivevo con mia mamma e mio papà (sono figlio unico) negli anni cinquanta in Alsazia, un paesino di quattro case, un ruscello e una chiesa, in mezzo alle montagne e alle più importanti fabbriche tessili. I miei genitori lavoravano da Bousac, e dopo il lavoro in fabbrica mia madre faceva la sarta e mio padre il muratore. Il più delle volte, mi trovavo da solo in casa, così mi chiudevo nella mia cameretta e con l’unica evasione che ai quei tempi possedevamo – cioè una radio con giradischi – mettevo il solo disco classico a disposizione con i Valzer di Johann Strauss. Avevo sei-sette anni e su quelle note mi muovevo, saltavo, mi rotolavo a terra, e la sera eseguivo anche esercizi di allungamento. Mia madre se ne accorse, fece finta di niente e un giorno mi disse “cosa vuoi fare da grande?”, le risposi “voglio ballare”, e lei “ma non è un mestiere, ballare” ed io continuai a danzare… Per me era normale come respirare, mangiare, guardare, ascoltare e camminare!

Come hai scoperto questa nobile Arte?

Caro Michele, a questa tua domanda come posso risponderti che l’ho scoperta nel 1955 in quel buco di paese? È stata sicuramente la Danza che si è divertita con me… ero un bambino sensibile, timidissimo e ignorante in materia come tanti altri; ma adoravo e mi entusiasmavo nel divertirmi con Lei!

In Francia, nello specifico in Alsazia, hai avuto i tuoi primi insegnamenti, cosa rammenti del primo giorno in sala danza e della tua prima maestra?

È stato duro convincere mio padre ad andare a chiedere informazioni al Teatro Municipale di Mulhouse, ma una madre quando vuole riesce a far spostare anche le montagne. Mi ricordo ancora, come fosse oggi, un giovedì mattina (giornata in cui non si andava a scuola) prendemmo il bus e due ore dopo arrivammo al Teatro di Mulhouse. Dopo varie informazioni, ci accolse una bellissima signora bionda, ci disse di tornare alle ore 14 perché mi avrebbe tenuto fino alle ore 18 per prendere parte a tutti i corsi di danza, dai più piccoli ai più grandi. Puntuale arrivai, Madame mi fece segno di andare in fondo alla sbarra con tutte le bambine piccole. Non mi disse nient’altro per tutta la durata della lezione, idem lo fece durante il corso superiore mentre con le allieve grandi mi esortò ad avvicinarmi alla sbarra in centro, ad un certo punto fece fermare la lezione, si diresse verso me e mi disse che eseguivo meglio di tutti l’esercizio e che le grandi avrebbero dovuto prendermi d’esempio. Madame parlò con mia madre, le disse che il conservatorio di Mulhouse mi avrebbe dato una borsa di studio, affinché potessi studiare danza. Mia madre più disperata che contenta disse “e adesso come faccio a dirlo a tuo papà?”. Mio padre era convinto che tutto finisse in quella giornata! In questa occasione, caro Michele, voglio ricordare con tanto affetto la mia prima maestra, Madame Rita Gilbert.

Poi un giorno sei giunto con i tuoi genitori a Milano per sostenere l’esame di ammissione alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, raccontami la tua audizione?

Vivevamo a Mulhouse e ogni due tre anni, nel mese di agosto, ci si poteva permettere finanziariamente di andare in vacanza, prima a Marghera (Venezia) dove viveva il fratello di mio padre, dopo in Sicilia a Siracusa per trovare i parenti di mia madre e ad Avola per soggiornare dalla nonna e dalle zie paterne… scandalizzate che io potessi un giorno divenire un ballerino. A Marghera, la mia zia veneta, un po’ fuori delle righe sapendo che studiavo danza e non scandalizzandosi convinse tutti (meno mia madre) a presentarmi alla direttrice di danza del Teatro la Fenice di Venezia, la quale ci consigliò di scrivere una lettera al Teatro alla Scala. Dopo tante discussioni, finalmente scrivemmo quella missiva… alla fine si trattava solo del prezzo di un francobollo. In seguito arrivò la risposta dalla Scala per presentarmi verso la fine di agosto alle ore 11 per sostenere l’esame di ammissione. Coincideva con la stessa data del nostro rientro in Francia. Mio padre non poteva non acconsentire. Così una mattina di fine agosto, arrivati dalla Sicilia alla Stazione centrale di Milano, comprammo panini e mortadella e ci dirigemmo verso il centro città incrociando il parco di via Palestro in cui ci sedemmo su una panchina (ricordo ancora esattamente quale) e mio padre decise di aspettarci lì. Michele non posso dirti la nostra emozione nel vedere il Teatro alla Scala, a bassa voce mia madre mi sussurrò “che Dio ci aiuti”, avevo quindici anni, sapevo di non voler continuare a lavorare in fabbrica alzandomi tutte le mattine alle quattro! Mi rendevo conto, che era un’opportunità importante per un cambiamento radicale nella mia vita, e per poter realizzare il mio sogno. Mi imposi con tutte le forze di non aver paura e vergogna, di apparire sicuro e di concentrarmi al massimo. Ci trovammo in tre all’audizione, due ragazze ed io, una sarebbe poi diventata una bravissima prima ballerina e mia cara amica Giuliana Gasperi da Verona (purtroppo ci ha lasciati prematuramente), l’altra non ricordo il nome. La lezione la tenne la Signora Gariboldi facendoci eseguire dei passi di danza in centro mentre la Signora Bulnes tranquillamente ci osservava. Alla fine della lezione chiamarono mia madre e le dissero che dovevo presentarmi ai primi di settembre perché ero stato ammesso. Aggiunsero anche che la Scuola scaligera oltre alla gratuità della frequenza passava l’intero abbigliamento coreutico. Per un’altra volta mia madre mi disse “e adesso cosa dico a tuo padre?”.

Che anni sono stati quelli trascorsi presso la Scuola di Ballo?

Gli anni trascorsi alla Scuola di Ballo della Scala sono stati bellissimi, per prima cosa perché la Scuola era situata all’interno del Teatro e tra una lezione e l’altra, noi incuriositi e di nascosto, giravamo per i corridoi della sartoria e del palcoscenico compreso quello della Piccola Scala. Per noi era importante poter scorgere i ballerini e le ballerine (quelli professionisti) in carne ed ossa, durante le loro prove in scena. Si assisteva alla nascita e alla creazione di uno spettacolo, si percepiva cosa desiderava in realtà un regista ed un direttore d’orchestra. Imparavi l’arte dei costumisti, degli artisti di grande fama, dei professori d’orchestra, dei coristi, dei macchinisti anche attraverso la loro agitazione ed il nervosismo dovuto alle prove. Insomma sentivi il teatro, il vero mondo dello spettacolo ti avvolgeva, il palcoscenico era tutto attorno a te stesso, l’importanza e la magia del sipario che si apre al pubblico. Queste sono le prime cose, che un allievo studioso di danza, deve respirare (siamo e diventiamo anche quello che ci circonda).

E la signora Bulnes, direttrice della Scuola di Ballo, che figura appariva ai tuoi occhi?


La direttrice della Scuola, la signora Esmée Bulnes era severa, molto severa. Quando passava lei si fermavano anche le mosche… una sua parola bastava ad annientarti, a distruggere il tuo sogno e il tuo futuro. Mi misero con il 5 e 6 corso formato da soli maschi, tenuto dalla Signora Zingarelli (Carola Zolai, già étoile del Teatro di Budapest, la quale fu interprete della prima rappresentazione del balletto “Il Mandarino Meraviglioso” di
Béla Bartók). Pure lei era esigente e appena mi vide esclamò “devi fare anche la lezione del primo corso”. Questo voleva dire, che quel poco che avevo imparato in Francia, non era servito a nulla! Dovevo ricominciare tutto da capo, a quindici anni, la cosa non mi demoralizzò affatto perché sentivo che ero seguito da persone che riponevano fiducia in me, ma esigevano disciplina e volontà… questo per me non fu mai un problema. Ho attraversato parecchi momenti di sconforto, di solitudine, di vuoto però mi bastava soffermarmi un attimo ad assistere alle prove di un’opera lirica, di un balletto o di un concerto di musica classica che già mi sentivo sollevato… tant’è che potevo ricominciare a studiare con più entusiasmo di prima.

A distanza di anni a chi va la tua massima gratitudine per i maestri avuti nel periodo di formazione tersicorea?

Per primo alla direttrice della scuola, la Signora Esmée Bulnes, la quale mi ha insegnato il rigore, la puntualità e la disciplina. Per seconda, alla mia cara maestra Carola Zolai (Zingarelli), la quale riusciva sempre a trasmettere all’allievo espressione e forza, facendoti capire l’importanza ed il momento dell’espressività. Ne sono certo, anche un pesce sarebbe diventato espressivo dopo aver preso parte ad un suo corso. Era insuperabile nel dare lezioni di danza russe ed ungheresi… ho visto lei lanciarci bastoni e sedie verso le nostre gambe tante volte – durante danza classica – naturalmente senza mai sfiorarci. Ricordo che si iniziava la lezione accademica alle ore 8.30 ma si doveva arrivare venti minuti prima, per il riscaldamento muscolare da eseguire da soli. Quando si iniziava la lezione, solitamente lei prendeva di mira uno di noi cinque allievi maschi (Francesco Aldrovandi, Edoardo Colacrai, Paolo Podini, Bruno Vescovo ed io) e per tutta la lezione della durata di un’ora e trenta non ti lasciava un attimo di respiro. Terminavi che eri a pezzi, il più delle volte depresso specialmente quando alla fine ti diceva “è meglio che vai a fare il fruttivendolo” oppure “è meglio che ritorni in Francia” altrimenti con i suoi grandi occhiali neri e con un atteggiamento da attrice drammatica degli anni trenta esclamava “quando ballate sembrate delle vacche sul ghiaccio”… dall’altro lato, era una donna, una maestra e un’artista che ci amava come una madre e con tutta la sua forza voleva donarci, un avvenire, una strada sicura ricca di successo nel mondo dell’arte e della danza: a tutti i costi e con ogni mezzo. Grazie Carola per avermi trasmesso passione, amore, energia, e grazie anche per i tuoi rimproveri… certe volte sono serviti più delle lodi.

Durante la tua bellissima carriera hai incontrato tanti personaggi, a chi sei rimasto più legato, anche solo idealmente?

Al danzatore e coreografo Rudolf Nureyev. Lui per il Teatro alla Scala ha composto dei balletti che hanno dato alla compagnia un livello artistico simile a quello dell’opera, e in certi momenti anche di più. C’è stato un periodo in cui la danza per il Teatro alla Scala era considerata la Cenerentola. Grazie a Nureyev la Dea Tersicore ha alzato la testa ed è apparsa più bella che mai, attuale, alla moda diventando a sua volta di “moda”. Il Corpo di ballo della Scala, con Nureyev ha avuto successo non solo a livello nazionale ma internazionale. Lui con noi si trovava bene, lavorava altrettanto, amava venire a Milano e creare per noi nuove coreografie con bellissimi costumi e sontuose scenografie. Quando ballavi con lui le sue creazioni, riuscivano ad infonderti una carica e un’energia che prima non avresti mai pensato di possedere. E questa forza la si percepiva anche quando danzavi nell’ultima fila. Rudolf sapeva “dare” tanto al pubblico e a noi! Era unico. È stato triste sapere che hanno tolto le sue coreografie dal cartellone scaligero, con una semplice affermazione “sono vecchie”; per poi farne altre che sembrano uscite dalla sala dell’oratorio di un paesino di provincia. Spero in tempi migliori, con il ritorno in scena ed in cartellone dei suoi balletti e non solo.

Da buon siciliano sei diventato un milanese d’adozione. So che ami Milano, al di là della professione cosa ti ha dato e cosa possiede di magico questa città?

Come si fa a non amare una città che ti ha aiutato a realizzare i propri sogni e come si fa a non amare una città che quando cerchi una nuova strada da percorrere la trovi senza difficoltà. Adoro Milano perché mi ha preso per mano aiutandomi ed ancora oggi continua a farlo.

Che ricordo hai del giorno del diploma?

È stato durissimo, tutti i miei compagni avevano studiato per otto anni e più mentre io appena quattro anni. Ringrazio le maestre, che di questo aspetto ne hanno tenuto conto, mi sono impegnato al massimo e alla fine ce l’ho fatta con un basso punteggio pari a 18; ero apparentemente soddisfatto, perché con il Diploma potevo presentarmi al concorso per entrare nel Corpo di ballo della Scala. Al primo concorso mi hanno preso, naturalmente con un punteggio basso, come stagionale. Il direttore del Corpo di ballo era il signor Giulio Perugini con l’assistente Gilda Maiocchi, a loro due, devo molto in termini di gratitudine. Seguivo con tutte le mie forze e volontà le lezioni di danza tenute dal M° Perugini, e così l’anno seguente, presentandomi al Concorso arrivai secondo. Dopo questo risultato mi sentii completamente soddisfatto ed appagato. Grazie maestro Perugini e grazie signora Maiocchi, vi porto sempre nel mio cuore.

Tra tutti i ruoli che hai interpretato a quali sei maggiormente affezionato?

L’ultimo, Coppelius personaggio del balletto “Coppelia” su musica di Léo Delibes. Dopo avere interpretato quel ruolo, dovevo con grande tristezza lasciare il mio mondo, la mia famiglia e andare “fuori in mezzo alla gente” cercando di ricominciare a vivere trovando nuove strade. Il mio sogno era cominciato entrando in Teatro a quindici anni e a quarantacinque anni finii andando in pensione. Quel momento fu di massimo dolore, paragonabile solo a quello della nascita in cui ti tagliano il cordone ombelicale. Fortunatamente superai quel dispiacere ricevendo l’abbraccio ed il respiro della persona che mi mise al mondo. Andando in pensione a quell’età mi ritrovai non vecchio ma nemmeno giovane e per la prima volta non seppi cosa fare… tutto ciò mi fece sentire solo, dovevo assolutamente scoprire una “nuova via” per guardare al futuro perché il desiderio più grande era quello di continuare non certo zoppicando.

fotoMentre tra tutte le tue creazioni?

Ti racconto dell’ultima creazione, che tu ben conosci, la quale mi è stata commissionata dalla mia ex collega Erminia Gambarelli, direttrice della compagnia e da suo marito direttore dell’Opera del Cairo e di cui si possono vedere, qui a lato, alcuni scatti tratti dal libretto di sala. Fu eseguita cinque anni fa in quel teatro e ad Alessandria d’Egitto, il balletto era “Pinocchio” da me pensato e scritto sulle musiche di Nino Rota, tratte dal concerto per pianoforte e orchestra, con l’aggiunta di alcune sue musiche da film. Balletto che in seguito fu ripreso e trasmesso anche dalla televisione egiziana. Dopo quel periodo di prove passato al teatro del Cairo con Tiziana Colombo, mia affezionata collega nel ruolo di assistente e braccio destro, ritornai in Italia e decisi di chiudere a malincuore con l’arte della coreografia e di conseguenza con il mondo dello spettacolo. Attualmente “lavoro” nel campo della moda… mi piace e mi diverte moltissimo.

fotoDurante la tua carriera hai conosciuto celebri personaggi della danza. Mi racconti qualcuno in particolare che ti ha colpito?

Ti faccio subito un elenco dei personaggi importanti che ho avuto l’onore di conoscere con le loro nuove creazioni, alcuni di essi acconsentivano che io rimanessi ad assistere così imparai la nascita di una coreografia. Ne ero felice ed entusiasta e li ringrazio perché mi sono stati di grande aiuto e conforto: Leonide Massine, Aurelio Milloss, John Cranko, Maurice Béjart, Roland Petit, Lorca Massine figlio, Mario Pistoni e Rudolf Nureyev. Questi maestri sono stati i pilastri della coreografia internazionale, i quali hanno saputo rinnovare la danza, rendendola contemporanea, viva ed importante, infatti essa riusciva, come non mai, ad essere capita a fondo dal pubblico. Così quest’arte entrò nelle case italiane, nella televisione di tutti i giorni, dove quasi in ogni famiglia c’era una bambina che si accostava ad essa. Insomma la danza venne di moda. Non era più la Cenerentola dello spettacolo e il fanalino di coda dell’opera lirica. Era la Dea Tersicore!

fotoHai lavorato anche molto in televisione, alla Rai, qual era la differenza sostanziale tra il teatro e il mezzo televisivo?

Ho lavorato alla Rai per circa cinque anni, con le condizioni dettatemi dal direttore del Corpo di ballo scaligero Giulio Perugini e cioè di continuare anche a danzare in ogni spettacolo e prova del Teatro alla Scala. Accettai e cominciai così il mio impegno in televisione (allora negli studi di corso Sempione ed in Fiera) prendendo parte a produzioni importanti come “Happy Magic”, “Happy Circus”, “Forza fortissimo” e tanti altri. La Rai mi lasciava libero di scegliere sia la musica, i ballerini ed il soggetto. Avevano piena fiducia delle mie proposte, a partire dal regista, fino al produttore e al direttore di settore. Mi ricordo, esperienze ed energie entusiasmanti grazie anche ad un ambiente ricco di serenità e rispetto, tutti dando il massimo per ricevere in cambio il meglio. Adesso non credo sia più possibile!

Sei stato uno stimato docente, e per mia fortuna ho avuto te come maestro e ti ringrazierò infinitamente per ciò che mi hai sempre insegnato e trasmesso durante tutti questi anni di formazione e poi di amicizia… quale dote non deve mai mancare ad un maestro per essere considerato tale?

Tu mi hai visto insegnare, sei stato accanto a me per diverso tempo sia come allievo sia come assistente personale, e mi sei stato di grande aiuto, anche perché hai insegnato alla mia segretaria come impostare il lavoro per renderlo più scorrevole ed inoltre mi hai fatto da braccio destro per numerosi eventi coreutici ed in particolare per la stesura della “Bottega Fantastica”. Il mio desiderio era di possedere una scuola di danza esattamente opposta alla scuola del Teatro Scala, sognavo che tutti potessero provare la gioia della Danza senza rientrare per forza nei canoni prestabiliti. Insegnare ai miei allievi, come ho fatto con te, anche la cultura, la musica classica e la storia del balletto. E cosa importante impostare le lezioni sulle loro reali possibilità senza imporre regole e disciplina che invece ricevetti alla Scuola della Scala. Naturalmente se scorgevo una futura ballerina, la mandavo ad iscriversi alla Scuola di Ballo scaligera diretta dalla signora Anna Maria Prina. Ho avuto, nella mia scuola, molte ballerine e ballerini che sono poi entrati nel mondo della danza e della coreografia con successo, e questo è stato motivo di enorme gioia. Dopo venticinque anni ho chiuso la scuola… per poter passare gli ultimi mesi accanto a mia madre.

fotoAmi molto la letteratura e la musica… quanto hanno influenzato la tua vita e quali emozioni e sensazioni ti regalano questi linguaggi?

In Francia a tredici anni i miei mi regalarono un pianoforte, così cominciai a prendere lezioni, e una volta arrivato a Milano mi iscrissi al IV anno di pianoforte, purtroppo non sono riuscito a finire il corso scolastico, la danza mi impegnava dalle sei e trenta di mattina fino alla una di notte. La musica con i suoi compositori è stata, per me, importante e di fondamentale aiuto, come parte della letteratura. In seguito, la mia maggiore ispiratrice è stata la “vita”… il guardare in faccia la realtà che ti circonda, anche quando ti fa soffrire. Il dolore mi è servito mentre il senso dell’umorismo mi ha infuso forza e coraggio.

fotoLa danza quanto è cambiata dai tuoi tempi ad oggi?

Oggi in quest’epoca, nel mondo della danza i corpi sono più belli, più alti, più magri e le ragazze possiedono lunghissime gambe. Alcuni ragazzi fanno palestra, mentre ai miei tempi questi tipi di strutture non esistevano. Adesso gli artisti di danza classica si esprimono con una tecnica sicura e a volte quasi sfacciata, come è giusto che sia di questi tempi. Mi spiace solo che nell’Arte e nella Ricerca non si investa abbastanza, non si speri e non si creda. Trovo che senza questi valori sia come trovarsi in assenza di luce e di sole… senza arte e senza ricerca non c’è avvenire! Noi siamo stati fortunati, fino ad un certo periodo lo Stato aiutava i teatri e i nuovi compositori nella loro ricerca musicale. La ciliegina di tutto questo scivolone, questo sgretolarsi dell’arte e della ricerca è avvenuta – a mio avviso – non con il restauro del Teatro alla Scala (magari) ma con la sua distruzione chiamata “ristrutturazione”… molto più drammatica di quella avvenuta durante la Seconda guerra mondiale: in quel tempo c’era Arturo Toscanini che grazie alla sua volontà, speranza e sensibilità mise queste doti fondamentali al servizio per ricostruire il teatro offeso. Infatti il grande maestro ne fece un teatro con un’anima e un cuore provvisto di un’acustica meravigliosa. Ora dopo la distruzione della Piccola Scala e la ricostruzione del Teatro alla Scala ci siamo accorti che hanno strappato e buttato il suo udito, la sua anima, il suo cuore, e la storia di questo importante Ente. È rimasta la facciata sproporzionata e non più in armonia con la nuova costruzione che le sta alle spalle. E rimasto un bellissimo corpo vuoto senza sentimento.

fotoDa coreografo, come nasce un’idea? Che cos’è per te l’ispirazione?

Per avere l’ispirazione il più delle volte al coreografo serve una sua Compagnia, o qualcuno che gli commissioni una nuova creazione che può essere per un teatro, per la televisione, un corpo di ballo o un singolo danzatore. Il coreografo deve tenere conto dello spazio, del luogo e del momento che verrà eseguito l’allestimento. Questa idea arriva se il coreografo possiede fiducia, amore e rispetto ma se soprattutto crede nelle persone con cui lavora… uno “scrittore di danza” non deve avere la testa nel mondo dei sogni ed immaginare le contorsioni più complicate. È importante costruire un balletto per gli artisti che hai di fronte, non per soddisfare i propri sogni o la propria mente arzigogolata. Il tutto con un discorso semplice, chiaro e conciso. Come fece Mozart con la sua musica!

fotoIn che circostanze ti vengono le migliori idee?

Non mi sono mai venute delle idee sognando o camminando lungo le rive d’un lago in autunno al crepuscolo, ma le ho trovate nel quotidiano della vita, guardandomi attorno, e così facendo “le idee” sono riuscito a farle nascere. È importante credere negli artisti, amarli con rispetto e stima, per realizzare una nuova creazione.

Tre idee creative che ti piacerebbe fossero venute a te?

Ammiro e apprezzo molti coreografi. Nessuna delle loro idee mi stimola. La gioia e il piacere sta nel trovarla personalmente questa ispirazione e riuscire a farla calzare perfettamente sul tuo lavoro e sui danzatori a cui è dedicata… anche se questa asserzione è piccola e a molti potrebbe sembrare insignificante.

Come si deve valutare obiettivamente un balletto?

Quando sei a teatro, si apre il sipario ed inizia il balletto con bravi danzatori internazionali, bei costumi, splendide scene ma se tu cominci a muoverti, a guardarti a destra e a manca, su e giù e magari ci scappa anche un sbadiglio allora bisogna essere “sinceri” nella valutazione. Trovo che sia importante ascoltare la propria mente, il proprio cuore, il proprio corpo. Loro sanno sempre come valutare un balletto e non solo!

fotoL’artista deve reinventarsi ogni giorno?

Non credo che un uomo possa cambiare, ma credo che possa reinventarsi purificandosi. Gli anni che passano devono essere, a mio avviso, un monito per trovare il necessario coraggio nel liberarsi del superfluo, ascoltando il proprio “io” e scoprendo l’equilibrio, con le cose che lo circondano, i rumori della gente e i meravigliosi suoni che la natura regala.

A tuo parere, si compra l’opera, o si compra piuttosto l’artista?

Da coreografo ti dico che si compra il balletto, la creazione! Purtroppo molte volte comprano l’artista semplicemente per il suo celebre nome… come si fa con le saponette!

Perché a tuo avviso gran parte dei balletti o di opere liriche che i grandi Teatri esibiscono, appartengono ad artisti già passati a miglior vita? Cosa manca oggi per entrare nell’immortalità?

Oggi come allora, e come sempre, si possono creare degli spettacoli di danza o d’opera senza bisogno di spendere cifre esorbitanti, non incolpiamo ogni volta lo Stato che non ha soldi e che non investe, in questo momento penso manchino le giuste “teste”… manca il capitano!

Cosa consiglieresti ai giovani che iniziano ad accostarsi al mondo del teatro?

Non voglio consigliare niente, spero che ogni persona abbia il coraggio di ascoltare il proprio istinto, il cuore, la mente e si metta al lavoro studiando senza paura, con volontà e perseveranza.

fotoCos’è il talento e come lo si riconosce?

Per ogni lavoro si può possedere talento. Ce l’hai quando segui il tuo sesto senso e la volontà. Allora sì che puoi affermare di possederlo perché non solo fai quello che ti piace senza lamentarti, ma le cose più difficili le fai anche senza fatica anzi lei fai con amore! Ed è questo immenso sentimento che può trasformarsi in vero “talento”.

Cosa un giovane artista non dovrebbe “mai” fare?

Avere paura di essere il solo a pensarla in quel modo. Avere paura di affrontare la quotidianità e la vita. Non chiudersi nei propri sogni, ma vivere la realtà che lo circonda senza “se” e senza “ma”!

Quali sono gli stili espressivi che preferisci?

Tutti, quando sono creati sinceramente con il cuore, la mente e il corpo.

E per quanto riguarda i colori, i sapori e la luce che ruoli giocano nel tuo quotidiano?

Amo la luce ma anche il buio, le stagioni e i sapori che mi ricordano il mio tempo trascorso, la mia bella Sicilia, la mia dolce Francia. Purtroppo, e mi spiace, non riesco ad amare i nuovi cibi che non possiedono un legame con il passato a me caro.

fotoTi conosco anche nella veste di pianista e di te apprezzo il tuo essere artista a tutto tondo… a volte emerge anche il tuo estro irriverente, giocoso, ribelle. Nelle nostre lunghe chiacchierate mi è sempre piaciuto constatare il tuo ribaltare completamente il significato degli eventi e della “storia” per poter aprire la mente a nuovi orizzonti ed inviare un messaggio cristallino. In sostanza, quale?

In ogni momento della mia vita ho sempre fatto quello che amavo fare, un giorno mio padre mi disse “lavori troppo” ed io gli risposi “ma io non lavoro, non ho mai lavorato!” Ho avuto la fortuna di fare ciò che amo… è come vivere accanto al proprio amore, non ti costa fatica, disciplina, rigore, eccetera. Pensa, caro Michele, mi piaceva moltissimo fare il ballerino di fila perché mentre ballavo riuscivo a vedere quello che succedeva davanti a me… tutti insieme étoiles, primi ballerini, solisti e noi di fila, uniti nella danza.

Oggi ti sei ritirato a vita privata e guardi la danza da una posizione privilegiata ma per concludere, caro Sebastiano, l’Arte quale apporto ha dato all’umanità?

L’Arte e la Ricerca sono importanti per l’uomo, senza ricerca non si va da nessuna parte, senza arte si vive al buio!

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