Il lavoro di vivere

Al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 5 marzo 2017

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Foto di Fabio Artese

Il teatro aspro e irriverente di Hanoch Levin, il più incisivo drammaturgo israeliano rappresentato in tutta Europa, approda in Italia con questo testo che evoca nel titolo il diario di Pavese e nella scrittura ha evidenti richiami a Pinter, Beckett e Bernhard. Levin, inizialmente poeta e poi autore di commedie, tragedie, testi satirici e canzoni pubblicando cinque libri di racconti e poesie e un libro per bambini, insignito di premi teatrali in Israele e all’estero, ha ricevuto nel 1994 il premio Bialik. Figlio di ebrei polacchi, scompare nel 1999 a 56 anni.

La sua drammaturgia affronta con estrema libertà espressiva e realismo rappresentativo gli aspetti quotidiani di gente semplice con angosce esistenziali e difficoltà relazionali, in un frangente apparentemente paradossale. Questa visione dei contesti umani lo ha esposto a critiche e censure in patria da parte di chi gli ha rimproverato di aver abbattuto tabù e messo alla berlina la cultura borghese e di aver assunto posizioni politiche non allineate, per lui causa di amoroso attaccamento e repulsivo distacco alla sua terra.

Questo testo, nella traduzione di Claudia Della Seta, racconta il disamore di una coppia matura espresso con un linguaggio crudo e crudele, ma con una connotazione beffarda che suscita la risata.

Notte fonda, pioggia battente, un rubinetto gocciola. Una debole luce filtra dalle persiane oscurate, sul letto giacciono due anziani coniugi. L’uomo è sveglio, inveisce contro la moglie accusandola di rifugiarsi in gratificanti sogni esotici e, per riportarla alla prosaica realtà, rovescia il materasso scaraventandola a terra. Il rapporto coniugale è arido, dopo trent’anni di vita in comune che ha disintegrato i desideri e le aspettative facendo affiorare la voglia di fuggire da un’esistenza che “anziché un fiume in piena è una pozzanghera stagnante”. Ne scaturisce un battibecco incalzante, agghiacciante nella sequenza di cattiverie e insulti tra cui serpeggia una velata nostalgia. “Cosa è successo? Dove è finito tutto ciò che mi era stato promesso? Dove è finita la mia bella favola?” si chiede Leviva che non si rassegna all’abbandono mentre Yona si veste e prepara la valigia, definendola “stupido animale” e ricevendo in cambio l’epiteto di “pene invecchiato”.

L’esasperato sarcasmo riflette vizi e miserie in cui ciascuno può ritrovare qualcosa di sé e far affiorare la compassione.

Inaspettatamente arriva l’amico Gunkel, attirato dalla luce, col pretesto di un’aspirina ma bisognoso di calore umano. Captata l’atmosfera gelida, tenta di attrarre a sé la donna, invano. Riprende il gioco dei rancori, che Leviva tenta di lenire con maldestri tentativi di seduzione e amari inviti a guardare al futuro “ci resta ancora di invecchiare insieme”.

Vincitore apparente in questo duello verbale che oscilla tra comico e tragico, Yona sull’uscio scorge l’abisso della solitudine. Posata la valigia si sdraia sul letto poiché “non riesco a vivere né con te né senza di te”, calando il sipario sulla sua vita “l’amore non c’entra, è solo la paura di rimanere soli nel buio della notte”.

Carlo Cecchi con incessante andirivieni riempie la scena mentre la sua voce altalenante e biascicata esprime tutta la stanchezza e l’insofferenza dell’esperienza umana, appunto la fatica di vivere esercitando accettazione e tolleranza. È un eroe spietato, ma vinto. Fulvia Carotenuto ha tratti dolenti e fiduciosi, cui la leggera intonazione napoletana conferisce una nota amara. Massimo Loreto interpreta il vicino. La regia di Andrée Ruth Shammah è sintetica e puntuale nell’assecondare la recitazione.

L’allestimento scenico è di Gianmaurizio Fercioni, le luci di Gigi Saccomandi, i costumi di Simona Dondoni. Le musiche di Michele Tadini sottolineano con ritmi ebraici i dialoghi in terza persona.

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