Opera sentimentale/The invisible city/Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?/Nessuno può tenere baby in un angolo: seconda giornata del Kilowatt Festival

Andati in scena il 15 luglio 2017 in diversi luoghi di Sansepolcro (AR) al Kilowatt Festival

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Il secondo giorno del Kilowatt Festival diretto da Luca Ricci si entra nel vivo degli spettacoli a Sansepolcro. Quattro gli appuntamenti performativi, preceduti dall’incontro “Acusma. Un treatro del suono” (descritto nel precedente articolo sullo spettacolo del Teatro delle Albe).

Si inizia nel pomeriggio con “Opera sentimentale”, frutto della collaborazione con il bando Network Drammaturgia Nuova: guidato da Residenza Idra di Brescia, il network Ndn seleziona cinque drammaturghi ai quali offre periodi di residenza con uno scrittore di chiara fama che li aiuti a progettare un testo teatrale. In prima assoluta viene presentato quindi lo spettacolo scritto da Camilla Matiuzzo, messo in scena dal duo Angius Festa con la partecipazione di Woody Neri. Il testo indaga le dinamiche familiari vissute da tre fratelli (tre come i “piccoli porcellin”) giocando sul meccanismo della fiaba per sviscerare paure, equivoci, debolezze dell’anima che emergono con violenza oltre l’iniziale andamento comico che porta lo spettacolo a modifiche e capovolgimenti di senso non sempre del tutto convincenti. Ottima capacità dei tre attori di reggere un testo anche poco chiaro in alcuni passaggi, sorprendente ed efficace il finale con un picco di pathos non indifferente.

Si passa poi ad un’esperienza “partecipativa” con la performance per cinque spettatori alla volta ideata e diretta da Daniele Bartolini. Una serie teatrale episodica che ha inizio ventiquattro ore prima tramite alcune richieste che arrivano agli spettatori sul cellulare. Al momento della performance, essi vengono invitati a vivere un’esperienza dov’è fondamentale mettersi in gioco. La condivisione della propria città ideale è il capro espiatorio, la comunicazione tra estranei il vero obiettivo: attraverso la guida di alcuni performer i partecipanti vengono invitati a conoscersi, a lasciarsi andare tramite danze, a fidarsi gli uni degli altri attraverso la perdita temporanea del senso della vista, a costruire fattivamente con soldatini, lacci di scarpe e bottiglie di vetro una città a cui dare un nome simbolico. Interessante la dinamica attraverso la quale si crea gradualmente un “microcosmo” che finisce con la fondazione di una vera e propria comunità.

Il terzo spettacolo della serata è anche quello più atteso, Ascanio Celestini si esibisce per la prima volta al Kilowatt Festival portando in scena il suo ultimo studio “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo?”. In un’ora e venti, accompagnato da Gianluca Casadei, il drammaturgo e regista romano è in grado di portare con sé il pubblico presente in piazza dentro la storia di Domenica, personaggio che diventerà sicuramente uno dei cavalli di battaglia dell’attore. Celestini si riconferma un maestro del teatro di narrazione, abile nel delineare immaginari e vicende di donne e uomini semplici, relegati ai confini di un sistema che raramente si accorge di loro, ostinatamente presenti solo nel cuore di chi li ama. Una narrazione dolce ed emozionante a tratti, che strappa applausi a scena aperta e sul finale libera come in un incantesimo l’energia racchiusa nella magia della simbiosi tra la parola di Celestini e la musica di Casadei.

Chiude la giornata lo spettacolo “Nessuno può tenere baby in un angolo” di Simone Amendola con Valerio Malorni. Il duo torna in scena dopo il grande successo de “L’uomo nel diluvio” (Vincitore Premio In-Box, Finalista Premio Scenario, Segnalato Premio Rete Critica) con un monologo tragicomico su un uomo qualunque, Luciano Schiavone, benzinaio per caso. Un giorno Luciano viene accusato di omicidio e la sua vita fino a quel momento di una noia mortale diventa un incubo dal quale non sa come uscire. Anche in questo spettacolo, come in quello di Celestini, protagonista è un’umanità sconosciuta, estranea socialmente e culturalmente all’odierna Italia, che viene catapultata sotto la luce dei riflettori solo quando succede qualcosa di negativo. Valerio Malorni dimostra grande capacità attoriale durante tutto lo spettacolo e la sua disperazione, sublimata sul finale da “Mi sono innamorato di te” di Lugi Tenco, arriva diretta e pungente.

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