Intervista a Ilir Shaqiri

Intervista a cura di Michele Olivieri

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Ilir Shaqiri nasce a Tirana in Albania da genitori, entrambi primi ballerini del Teatro dell’Opera di Tirana. Nel luglio del 1983 sostiene l’esame di ammissione presso l’Accademia Nazionale di Danza di Tirana, superandolo a pieni voti. Nel giugno 1991 si diploma a pieni voti entrando subito a far parte del Corpo di Ballo Teatro dell’Opera di Tirana, iniziando così la carriera di ballerino professionista. Presso la nota istituzione lavora per un anno danzando in celebri produzioni, tra le quali “Schiaccianoci”, “Giselle” e “Lola”. In seguito nel 1992, nell’ambito di uno scambio culturale si trasferisce in Macedonia per lavorare al Teatro dell’Opera di Skopje, dove prende parte a spettacoli quali il “Lago dei cigni”, “Pink Floyd”, “Don Chichotte”, “Carmina Burana” avendo così modo di conoscere e collaborare con grandi coreografi russi e bulgari. Finito il periodo a Skopje, rientra a Tirana con la qualifica di primo ballerino del Teatro dell’Opera, prendendo parte alle varie tournée organizzate in Francia, Spagna ed Italia. Nel dicembre del 1992, dopo la tournée in Italia (Gallipoli), decide di stabilirsi in questo Paese per proseguire la carriera artistica. Nel 1993 supera un’audizione per Canale 5 entrando a far parte della celebre trasmissione “Corrida” presentata da Corrado. La carriera di ballerino televisivo lo spinge verso lo studio e al perfezionamento della tecnica anche nella danza moderna. In quegli anni apre a Barcellona (Me) una scuola di danza. Nel 1999 decide di tornare in Tv e lo fa prendendo parte a “La sai l’ultima?”. In seguito è nel cast di diverse edizioni di “Buona domenica”, “C’è posta per te” e alla prima edizione di “Saranno famosi”. In seguito viene chiamato per l’edizione serale di “Amici di Maria De Filippi”. Nelle vesti di coreografo ha realizzato spettacoli, eventi e musical tra cui “Per non dimenticare”, “Dreaming”, “Telethon 2008”, “Quel pazzo pullman della danza”, “La farfalla Lily”, “Chiedimi se voglio la luna”, “Giulietta e Romeo opera musical live”, “La città dell’utopia”. Nel 2003 viene insignito della carica di Ambasciatore d’Albania nel mondo, dal Presidente della Repubblica Albanese (alta carica di merito per aver rappresentato l’Albania e l’arte della danza nel mondo). Per tre anni è stato testimonial Freddy. Attualmente tiene stage, masterclass ed è spesso giudice in Concorsi di Danza Nazionali ed Internazionali.

Carissimo Ilir fino ad oggi qual è il bilancio e quali sono le maggiori soddisfazioni raccolte nella tua carriera?

Ho avuto tantissime soddisfazioni nel mio percorso artistico, ed è difficile elencare chi più o meno è stato importante, perché ogni esperienza artistica ha lasciato il suo segno e mi ha formato ad essere quel che sono oggi… ma se devo indicare alcune esperienze direi quella vissuta al Teatro dell’Opera di Skopje, ad “Amici di Maria De Filippi” e nel ruolo di Rugantino al Danceopera di Gino Landi. Sono esperienze sicuramente diverse tra loro, momenti di vita, stili di danza ed energia artistica. Tre momenti che ricordo spesso con nostalgia.

Tu nasci in Albania e ti formi presso la prestigiosa Accademia Nazionale di Danza a Tirana. Cosa ricordi di quegli anni di studio e quali sono state le difficoltà, da bambino, nell’accostarti alla disciplina classica?

Inizio danza all’età di nove anni, sono figlio d’arte, entrambi i miei genitori erano primi ballerini del Teatro dell’Opera di Tirana. Ricordo ancora oggi, esattamente, quando sono entrato alla Scuola Nazionale del Balletto di Tirana – unica istituzione in Albania – per sostenere l’esame d’ammissione… tremavo per svariate ragioni: dalla paura di deludere mia madre a quella di essere visto come un raccomandato! Non è semplice e te lo garantisco essere figli d’arte, per la responsabilità e la pressione psicologica che ci si sente addosso. Alla fine sono riuscito ed ho iniziato a studiare quotidianamente danza classica, folklore, carattere, moderna e contemporanea. Tutto ciò che apparteneva come stile e arte all’occidente non era permesso, anzi veniva perseguitato dal regime. Ho avuto la fortuna di studiare la disciplina classica con maestri validissimi di ampia professionalità e lunga esperienza teatrale presso l’Opera come Daku Shtuni, Skender Jazexhiu, Pellumb Agalliu… però la più tremenda è stata mia madre che ogni sera quando rientravo a casa, mi aspettava con la sedia in mezzo al soggiorno, per ripetere da capo tutto quello che avevo imparato in accademia… ti lascio immaginare lo stress psicofisico che ho subìto per almeno sei anni; ma grazie a quell’allenamento ancora oggi danzo e la ringrazio per la pazienza avuta nonostante fosse anche lei stanchissima dalle prove in teatro.

Quanto è stato fondamentale studiare oltre alla danza classica anche la danza di folklore, la danza di carattere oltre alle materie di cultura generale e musica?

Lo studio di queste materie è stato davvero fondamentale. Negli anni mi sono servite molto ad apprendere con maggiore facilità e versatilità i vari stili, da quella moderna al tip tap, dall’hip hop al contemporaneo. Le nostre danze folkloristiche sono assai ricche di passi, temperamento, musicalità, plasticità corporea ed interpretazione perciò ad oggi mi trovo ad aver danzato quasi tutto grazie anche a questa metodologia di studio. Importantissime sono state pure le lezioni di solfeggio, pianoforte e chitarra, anche se non ero particolarmente predisposto.

Durante il tuo periodo di formazione l’Albania viveva un particolare periodo storico e si trovava in pieno totalitarismo. Tutto ciò si ripercuoteva anche su voi allievi in Accademia?

Il sistema totalitario comunista albanese è stato forse il più crudele dei paesi dell’est europeo. Condannando ogni forma d’arte ed espressione umana oltre a quelli che erano i parametri ben prestabiliti dalla dittatura. Tutto ciò si ripercuoteva in modo crudele anche sulla danza, dai ballerini stessi alle punte che indossavano… l’artista era null’altro che un’arma nelle mani del sistema per trasmettere emozioni, idee, messaggi ed opere che il governo dettava nell’arte e in generale. Infatti erano infinite le opere e i balletti basati sull’ideologia comunista dove si danzava con rastrelli e palle nelle mani, con fucili e bandiere soffrendo mentre si indossavano costumi pesantissimi e non idonei alla danza. Non esistevano nemmeno i salvadita per le punte o cose simili… nonostante ciò queste opere erano caratterizzate da uno spirito inimmaginabile di sacrificio e lavoro artistico, con musiche e coreografie che nascevano dai cuori ribelli degli artisti albanesi affamati di cultura. Personalmente sono cresciuto con questo spirito, disciplina e rigore e grazie anche a ciò sono fiero del mio percorso e di quello che ho raggiunto oggi come professionista.

All’esame per il diploma hai portato un pas de deux dal “Don Chisciotte”. Qual è l’emozione più viva di quella giornata, immagino ricca di soddisfazioni?

Dopo gli otto anni di studio, dove si sostengono gli esami in tutte le materie di danza e non, i candidati che la commissione ritiene validi per l’ammissione al corpo di ballo dell’Opera devono portare davanti ad un’altra commissione formata da coreografi, direttori, solisti un pas de deux completo di coda, adagio, variazioni eccetera. Io ho presentato il “Don Chisciotte” perché amo questo balletto e la musica di Minkus… conservo un bellissmo ricordo per i complimenti ricevuti e rammento la fierezza di mia madre nei miei confronti.

Tra tutti i coreografi russi e bulgari con i quali ti sei perfezionato chi ti ha colpito maggiormente?

Ho lavorato con molti celebri nomi, ricordo una coreografa russa di San Pietroburgo, Margherita Afimova, che mi aveva colpito per la sua classe e lo stile, la quale mi ha spronato nella realizzazione dei vari ruoli presso l’Opera di Skopje in Macedonia. Un teatro stupendo frequentato da tanti danzatori e coreografi di nazionalità russa, bulgara e rumena.

In seguito sei entrato a far parte dell’Opera di Skopje. Com’era vissuta la danza in Macedonia a quei tempi?

Ricordo un periodo formativo, di danza e di tecnica virtuosa, entusiasmante ma altrettanto duro di sacrifici e sudore. In Macedonia ancora oggi si vivono realtà controverse tra slavi ed albanesi. Puoi immaginarti cosa ha significato per me, nel 1991, all’età di 18 anni essere scelto dalla direzione slava come solista ospite albanese in un teatro popolato principalmente da persone slave… ho lavorato per un anno in quanto il contratto prevedeva ciò, senza parlare con nessuno per i primi tre mesi. Ero completamente isolato ed emarginato, ma a me interessava unicamente il mio lavoro e migliorare, perciò ho resistito! Pian piano i colleghi macedoni hanno iniziato a vedermi come uno di loro ed apprezzarmi artisticamente. Ma quel periodo è stato un anno interminabile pur avendo imparato moltissimo sia nell’arte della danza che nello spirito.

Tra i ruoli interpretati e danzati, anche in veste di solista e primo ballerino, a quali sei più affezionato e perché?

Ho danzato con Tatiana Sulejmani, moglie del maestro Cakalli ed una ballerina dell’Opera di Tirana, un balletto che s’intitola “Lola” ed è per me il ruolo più bello in assoluto perché l’aveva danzato prima mio padre, mia madre e poi io… un’opera con musiche meravigliose e dinamiche. È il ruolo di un guerriero spagnolo durante l’occupazione francese. Il balletto è articolato in due atti e tre scene e necessita di notevole interpretazione e tecnica con qualche nuance sul folklore spagnolo.

Quali sono i tuoi primi ricordi appena giunto in Italia?

I primi ricordi sono amari, di sofferenza e speranza di farcela, di sopravvivere in un mondo completamente estraneo e difficile. Un artista immigrato è sempre un immigrato per gli altri ed un artista solo per se stesso! Tra altro sono arrivato nel dicembre del 1992 in Italia con un tour di artisti albanesi in Puglia e dopo i grandi sbarchi delle navi… perciò anche questo aspetto ha reso difficile il mio inserimento. Abitavo a Genzano (Roma) in una fabbrica di calcestruzzi perché non mi potevo permettere un affitto e solo la voglia di farcela mi ha permesso di resistere alla tentazione di rientrare in patria. Campavo danzando in qualche spettacolo ed insegnando qua e la.. finché non ho fatto la mia prima audizione per il programma televisivo “La Corrida” nel gennaio del 1993 dove sono stato preso. In quel corpo di ballo ho danzato i miei primi passi modern avendo come colleghi artisti del calibro di Veronica Peparini, Stefano Vagnoli, Massimiliano Sellati e altri nomi formidabili.

Attualmente insegni danza in varie realtà coreutiche nazionali. Qual è l’emozione più bella nel fare docenza e tramandare tutto ciò che hai imparato ai giovani?

In ogni stage o lezione che tengo cerco di svegliare negli allievi la voglia di farcela sostenendo capacità e passione. Il fisico è fondamentale nella danza ma soprattutto servono testa e tenacia. Dico sempre a loro che quest’arte ama tutti ma non perdona nessuno e che necessita del 10% di talento e del 90% di lavoro per forgiare l’artista del domani. Amo lavorare con chi ama lavorare! Il sacrificio fa parte di questa professione. Solo i sogni, fini a se stessi, non portano da nessuna parte perché illudono e nient’altro… serve molto lavoro e sudore per poter dire “ce l’ho fatta”.

L’amore per la danza è nato anche grazie ai tuoi genitori, primi ballerini all’Opera di Tirana. Come li ricordi nelle vesti di danzatori?

Mia madre ha studiato al Bolshoi per poi essere prima ballerina dell’Opera di Tirana. Mio padre altrettanto ha sacrificato parte della sua carriera per danzare e il regime dell’epoca comunista l’ha condannato come faceva con molti altri artisti. Entrambi non mi hanno mai fatto mancare nulla anche se il nostro cibo quotidiano, come in tutta l’Albania, erano fagioli, qualche uovo e pane, tutto era razionato e povero, ma loro volavano quando danzavano, anche a stomaco vuoto ed erano brillanti sul palcoscenico. Ho danzato solo una volta con mia madre in occasione di un evento all’Opera quando ero ai miei primi passi di danza e ancora ricordo il tremore delle sue mani mentre mi abbracciava in scena…

La tua famiglia ti ha sempre spronato nelle tue scelte artistiche?

Quando ho scelto di abbandonare la danza classica e dedicarmi a quella moderna sfruttando la mia versatilità e tecnica accademica mia madre è rimasta malissimo. Mi vedeva come un étoile classico e sperava che diventassi tale. Mi spiace averla delusa e spesso penso a questo aspetto, ma ho dovuto fare una scelta di vita e sopravvivenza. All’epoca in Italia i ballerini extracomunitari non erano ammessi nei teatri dell’Opera come Roma, Milano, Napoli ed io dovevo in qualche modo andare avanti, trovando il mio percorso artistico per vivere dignitosamente. Ora dopo tanti anni ed affermazioni, i miei genitori sono entrambi fieri di me, anche se ogni tanto la mamma mi rinfaccia una carriera spezzata di ballerino classico.

Tra tutti i suoi maestri in Albania a chi va la massima gratitudine?

A tutti quanti senza distinzione. Ringrazio chiunque mi abbia dato anche una sola ora di lezione o correzione. Sono in tanti quelli che hanno dato vita all’artista che sono oggi.

Che differenza hai notato, arrivando in Italia, nello studio tersicoreo tra Albania e Italia?

Sicuramente nelle classi maschili la tecnica. Nella forza interpretativa che un danzatore deve possedere, infatti questo ha portato al risultato che oggi gli uomini alzano le gambe più delle donne e le donne saltano più degli uomini. All’inizio non capivo perché ci fosse questa grande carenza di danzatori in Italia in rapporto alle donne, questo si percepiva soprattutto alle audizioni mentre in Albania siamo sempre stati in egual numero. I danzatori, nel mio Paese, si sfidano ancora a chi salta e gira di più ed è una bellissima visione dettata da un enorme rispetto per la cultura tersicorea!

Qual è stato il suo momento di maggior orgoglio da professionista in carriera?

Sicuramente “Amici di Maria De Filippi”, per quanto riguarda la carriera televisiva. Un programma che ha acceso la danza in Italia, dando speranza alla realizzazione dei sogni di molti talenti senza meta, in un paese sempre più carente di danza e lavoro. Sono stato insieme a Kledi il primo a ballare da professionista per varie edizioni e ancora oggi la gente ricorda quel periodo. Credo che per un artista sia il massimo. Per non parlare della grande stima che gli albanesi nutrono per Maria e Costanzo, che negli anni in cui vigeva il pregiudizio senza distinzione sugli albanesi, loro hanno saputo valutare noi artisti dedicandoci spazio nei loro programmi e creando il mito del danzatore albanese distinguendolo dal delinquente. Per questo i miei momenti a “Buona Domenica” e ad “Amici” sono e rimarranno indelebili per sempre.

L’esperienza televisiva in Italia quanto ti ha cambiato in fatto di mentalità ed approccio alla danza?

Ha arricchito lo spirito artistico e l’approccio con i fans e il pubblico. Le emozioni della gente che ti ferma e si congratula per strada sono diverse da quelle di quando ti applaude in teatro e ti aspetta a fine spettacolo. Entrambe risultano essere delle sensazioni uniche e meravigliose!

Mentre la scoperta del musical a cosa lo devi e cosa apprezzi di più in questo stile artistico?

In Albania i musical non esistevano… li ho scoperti all’estero e penso siano arte a 360°. Non so cantare ed è per questo che non ho mai sostenuto un’audizione in tal senso, anche se mi sarebbe piaciuto! Ho però coreografato musical come “Romeo e Giuelietta 3d”, “Città dell’utopia”, “Aggiungi un posto a tavola” ed altri. Strano ma vero, anche se non riproduco cantando un brano in quanto stonato, riesco a nutrire la netta percezione mediante il cuore e l’anima eseguendolo ritmicamente alla perfezione.

Oltre ai tuoi genitori, fai un ritratto anche di tuo fratello Olti e di tua figlia Emily…

Quando giravo il mondo in cerca di fortuna mio fratello Olti ha iniziato la danza nella stessa Accademia a Tirana nutrendo la stessa mia pressione sulle spalle, pensa che fortuna “sfortuna”… per poi continuare gli studi all’Accademia Nazionale di Roma, partecipando anche lui come concorrente ad Amici (senza la mia presenza nel programma) ed è riuscito a diventare un danzatore modern formidabile, arrivando alla finale di “Amici”. Un talento nato che ha avuto ancor più la pressione psicologica di tutta la famiglia e questo conferma quello che ho detto prima… Mentre mia figlia Emily, attualmente studia danza da un paio d’anni e credimi, non vorrei mai diventasse soltanto ballerina nonostante le sue doti, perché so quali sacrifici necessitano per poter diventare qualcuno o anche solo danzare con i giusti canoni! Lei ci tiene molto e per ora ce la mette tutta… stiamo a vedere!!

Torni spesso a Tirana? Oggi come è vissuta la danza nel suo Paese d’origine?

Sono ormai 25 anni che vivo in Italia ed è il mio paese! In Albania per i primi dieci anni non ho messo più piede per vari motivi. Poi ho iniziato la collaborazione con una delle reti tv più importanti albanesi “Vizion Plus” nel programma “Dancing with the stars Albania – ballando con le stelle” e da sei anni sono il presidente di giuria. L’Albania è cambiata tantissimo, diventando trendy, bella, accogliente e originale per chi la vive e chi la visita. Ogni volta che ci ritorno mi sento un po’ a casa e un po’ turista. Adoro il mio paese con tutti i suoi pregi e difetti… mi reputo fortunato ad aver vissuto le due epoche albanesi e questo aspetto mi arricchisce l’anima, rendendomi fiero di quello che ero ieri e di ciò che sono oggi. In pratica è come se avessi vissuto due volte!

La danza è stata per te, sicuramente, una scuola di vita. Come ti senti di definire questa incantevole arte?

La danza fa esprimere emozioni là dove la parola non riesce, il corpo possiede una potenza straordinaria che la lingua non raggiunge. Infatti i danzatori vengono spesso riconosciuti dalla gente per strada solo per come camminano, per lo stile che hanno, la leggerezza e la sensualità. Penso che se la danza potesse parlare nemmeno lei stessa riuscirebbe a rispondere a questa domanda, perché racchiude un’infinità di definizioni!!

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