“Salomè” di Oscar Wilde

Andato in scena al Teatro Spazio Avirex Tertulliano di Milano

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con Mauro Bernardi, Nicole Guerzoni e Valentina Mandruzzato

regia Luca Ligato

produzione Alraune Teatro

con il sostegno di Manifattura K

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Guarda la luna. La luna ha un’aria molto strana. Somiglia a una donna che esce da una tomba”.
La densa concentrazione che pervade ogni momento dell’opera “Salomè”, nella forma dell’intricato groviglio di passioni e nei tempi dell’azione sembra essere rispecchiata dalla sinteticità di un testo che risulta breve ma pieno, concluso; un’azione impetuosa, improvvisa, ma che nulla ha di estemporaneo, ma è lo scoppio finale, la messa in atto di un dramma interiore che tenuto per anni nel cuore dalla protagonista ha prodotto un rancore ribollente, al quale si accosta, nata da una lunga attesa, una lucidità fredda, strategica nella su silenziosa femminilità, nella sua dignità, feroce.
Gli attori sono infatti avvolti inizialmente dall’impossibilità all’azione, da un’angoscia impotente, da un impedimento di staticità, stretti da una pellicola soffocante dalla quale soltanto l’azione potrà liberarli, mentre altri personaggi non appaiono sul palcoscenico.
La luna con il suo pallore è sempre presente sulla scena, sembra un occhio attento, in silenzioso ascolto, a pervadere con il suo grigiore di pietra e di perle una scena che è tutta bianca, rossa e nera, come il corpo, la bocca e i capelli di Jochanaan, in un dramma in cui la materia non si distacca mai dai pensieri dei personaggi. I rapporti tra i personaggi sono legati da corde rosse e il telo sulla scena porta una spaccatura a forma di donna. Sembra di sentire, nel ritmo con cui Jochanaan recita le sue preghiere, il pesante sbattere di ali che i personaggi avvertono in questa notte di luna strana.
“I re non dovrebbero mai dare la loro parola. Qualcosa di terribile accade se non la rispettano, ma qualcosa di terribile può accadere anche
se la rispettano”. Ed è strano come tra tante grida, della morte stupisca sempre il silenzio.

 

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