Terroni. Centocinquant’anni di menzogne

Andato in scena al Teatro Ghione di Roma

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Il teatro-canzone di Roberto D’Alessandro, incontrando l’orgoglio meridionalista del giornalista e scrittore Pino Aprile, si fa testimonianza civile della sopraffazione subita dalle popolazioni del Mezzogiorno per realizzare l’Unità d’Italia. Pubblicato nel 2010, Terroni è diventato un best seller aprendo una finestra su una rilettura della condizione meridionale pre e post unitaria, che la storiografia ufficiale ha occultato.

Il racconto emozionale, denso di pathos e immedesimazione, si avvia con i profili alternativamente illuminati del viso di D’Alessandro che con diverso timbro vocale enuncia una contrapposizione di luoghi comuni sui pregi del Nord e i difetti del Sud, nella consolidata credenza che il primo sia progredito ed efficiente e il secondo arretrato e incapace.

Inframmezzato da ballate popolari e musiche dal vivo di Eugenio Bennato, Modugno e Mimmo Cavallo cantate da Mariano Perrella, il racconto affonda nella carne viva di un popolo costretto a subire spoliazioni ed eccidi per l’annessione sabauda che ne decreterà l’annientamento identitario. Una guerra civile elusa dai libri di testo che ha capovolto le condizioni socioeconomiche della penisola ricorrendo a saccheggi, stragi, stupri, rappresaglie, incarcerando senza processo e condanna, in un dissennato antisemitismo italiano.

I piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto, sostiene l’autore. Atti processuali e testimonianze orali hanno documentato fucilazioni di massa, fosse comuni, paesi incendiati, torture, campi di concentramento. A Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano, i bersaglieri del Regio Esercito operarono il più feroce massacro dei tempi moderni di centinaia di persone inermi, stuprando le donne e incendiando il paese, definito ‘nido di briganti’. La Gazzetta del popolo di Torino scrisse che bisognava “impiccare perché la stessa corda può servire per molti”. Il ministro degli esteri Luigi Menabrea avviò contatti con l’Argentina per deportare in Patagonia gli irriducibili briganti.

Depredati del passato, della storia, della memoria, delle istituzioni, delle industrie, della ricchezza, i meridionali sono stati resi esuli ed emigranti. Le aziende delle Due Sicilie persero le commesse, le fabbriche chiusero, fallimenti e disoccupazione costrinsero in un secolo 20 milioni di persone ad abbandonare la loro terra. Prima dell’annessione dal Sud non emigrava nessuno.

Come gli ebrei travolti dall’olocausto, un milione di meridionali furono sterminati dalle truppe sabaude. I malfattori e i mafiosi arruolati da Garibaldi furono ritenuti buoni italiani, chi resisteva alle spoliazioni fu definito brigante, perché non si è criminali per ciò che si fa ma da quale parte si sta e, in un processo di inversione della colpa, le vittime iniziarono ad attribuirsi la responsabilità del danno subito, vergognandosene.

Anni dopo Garibaldi scriverà che gli oltraggi inferti erano stati incommensurabili e avevano cagionato squallore e suscitato odio.

Il ritardo del Sud non è, quindi, genetico o geografico, ma indotto dall’annessione che ha alimentato il brigantaggio come fenomeno politico.

Il Regno delle Due Sicilie era terzo per industrializzazione dopo Inghilterra e Francia, la sua economia era integrata con quella europea, aveva moderne acciaierie in Calabria, la ferrovia, il telegrafo elettrico, i ponti sospesi in ferro, l’illuminazione cittadina a gas. Il saccheggio delle sue banche andò a costituire il 60% (443 milioni di lire-oro) del tesoro circolante dell’Italia unita su cui gravava l’immenso debito del Piemonte. Dopodiché ai meridionali fu imposta una tassa per pagare le spese della guerra di conquista delle loro terre.

Lunghissimo e liberatorio l’applauso finale, dopo un lungo flusso di sanguigna indignazione.

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