The hard way to understand each other

Andato in scena il 27 aprile 2018 all’Auditorium Centro Sociale di Salerno (prima regionale)

0
197
Condividi TeatriOnline sui Social Network

progetto e regia Adalgisa Vavassori

di e con Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Julio Dante Greco e Adele Raes

composizioni sonore Gianluca Agostini

scenografie Hillary Piras

costumi Francesca Ariano

disegno luci Giuliano Bottacin

organizzazione Carolina Pedrizzetti

con il sostegno di Sementerie Artistiche, Manifattura K,Centro Culturale Rosetum e di Aia Taumastica

spettacolo vincitore Premio Scintille 2016, Premio Giovani Realtà del Teatro 2016, Selezione Visionari Kilowatt Festival 2017

Teatro Presente è una compagnia indipendente composta da sette giovani attori scelti da César Brie all’interno del Cantiere delle Arti promosso da ERT – Emilia Romagna Teatro.

——–

Non ci sono parole, la musica è la protagonista dello spazio scenico, dove cubi neri sono pronti a diventare tutto ciò che in teatro è possibile.

La commozione sta per affiorare con la valanga di ricordi che i cubi portano con sé. Sperimentazione, cantine, avanguardia, incontri, confronti, prove, discussioni, parole, volti, gesti e azioni, voglia di rompere gli schemi, andare oltre, dove l’oltre oltrepassa sempre l’orizzonte.

Rassegne di Nuove tendenze, ricerca di nuovi linguaggi, tendaggi neri e cubi che si allineano, si sovrappongono, si capovolgono diventando scale, divani, letti, tavoli, piazze, sentieri e totem… il teatro è suggestione e va a solleticare ricordi, emozioni, coinvolgimenti personali e sociali di un’epoca e di una generazione che ha avuto la fortuna di vivere e crescere in una dimensione storico-culturale di rara vivacità.

Ma è tempo di tornare al presente e in particolare al Teatro Presente che stasera presenta (il gioco di parole è assolutamente voluto) lo spettacolo “The hard way to understand each other”.

Teatro Presente” mi piace la scelta del gruppo di chiamarsi così, da asserire la presenza consapevole in questo preciso momento storico, al contrario sono assertivamente perplessa sul titolo dello spettacolo. Non è facilmente comprensibile anche se tutti nell’atrio dell’Auditorium se lo ripetevano ad alta voce l’un l’altro ad affermare e confermare la perfetta conoscenza delle lingue e padronanza della comunicazione. Ossimoro, questo, piuttosto bizzarro, dal momento che si tratta appunto di incomunicabilità. Sarà lo stesso tema così caro ad Antonioni? Sappiamo per certo che non vedremo in scena Monica Vitti, a cui va il nostro “grazie” per il suo generoso talento.

E ringraziamo anche Vincenzo Albano direttore artistico di Mutaverso Teatro, che dà il benvenuto al numeroso pubblico per il penultimo appuntamento della Terza stagione, da lui ideata e guidata con passione.

Ognuno degli spettatori seduti nelle poltroncine partecipa a vario livello alla “Funzione teatrale”, c’è anche qualcuno che cede alla stanchezza e chiude gli occhi, ma solo per pochi attimi. Altri invece arzillamente seguono l’avvicendarsi frenetico delle persone che si presentano per raccontare la loro visione del mondo. E già questo è positivo in una situazione dove il degrado culturale inchioda davanti al televisore milioni di “Utenti” che diventano sempre più dementi e non soltanto per piacere di rima.

Cinque corpi si muovono sul palco, si incontrano e si scontrano in varie situazioni a fotografare gli impegni che scandiscono le nostre giornate.

Si intuisce abbastanza semplicemente la narrazione di un ciclo che si ripete susseguendosi il giorno alla notte.

Ambientazioni varie, trasporti pubblici, metropolitane, palestre e piscine, panchine, luoghi all’aperto dove si corre affannati ed isolati negli auricolari sempre presenti e camere da letto molto affollate, perché ognuno è accompagnato da altri sé, in un vortice di parole inespresse.

«Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera».

La solitudine, derivata dall’incomunicabilità così veniva raccontata da Salvatore Quasimodo.

Forse oggi la solitudine è declinata con altre modalità.

Frutto di una scrittura collettiva, “The hard way to understand each other” narra con un linguaggio originale, e che fa a meno della parola, l’incomunicabilità vigente all’interno dei rapporti umani, la difficoltà di stare assieme in un’epoca dominata da dispositivi tecnologici e forme di comunicazione che ostacolano il confronto sincero con l’altro.

In quest’epoca dominata della comunicazione, la sensazione più diffusa sembra essere la solitudine.

E la solitudine spesso nasce dal sentirsi incompresi. Ma ci si può davvero capire?

Con garbo e delicata ironia si costruisce un muro fra le persone, mattone dopo mattone ad ogni richiesta, muta, non ascoltata e quindi non soddisfatta.

È davvero così ardimentoso vivere? È diventato intricato, tortuoso, complicato sganciarsi dagli stereotipi che si sono incrostati sui nostri involucri corporei tanto da appesantire le ali intorpidite e rattrappite di un’anima che non sa più sollevarsi dalle melmose incombenze quotidiane.

Per ogni attore che compie un’azione entra in scena il suo doppio anzi a volte sono addirittura in tre, vestiti con costumi uguali nella foggia e nel colore. Che siano pigiami o tute o vestitini diventano sempre corazze nelle quali nascondersi.

È difficile, vien quasi da pensare impossibile, creare nuove ed originali tessiture drammaturgiche perché forse tutto è già stato pensato, creato e realizzato. Non è facile per i giovani che si affacciano alla ribalta teatrale mettere in piedi allestimenti interessanti. Ma anche se il giornale è di una settimana fa, è sempre nuovo per chi non lo ha ancora letto.

Diamo quindi beneficio di ascolto ad un gruppo di Allievi che si cimentano in una rappresentazione della realtà quotidiana cercando nei corpi e nei volti e nei gesti convulsi la chiave di svolta.

Finito il film, bisogna riavvolgere la pellicola, ma anche se il film è muto ha sempre una sua storia da raccontare.

L’idea è stata più quella di riprodurre l’osservazione di una strada dalla finestra di una casa, quindi non potendo sentire cosa dicono i passanti, intuendo dal loro comportamento ciò che sta accadendo loro.

Hanno dalla loro la freschezza, la simpatia ed è già tanto!

Si vede che son contenti di fare quello che fanno ed è già molto!

Non voglio pertanto spegnere entusiasmi ma solo invitare all’approfondimento.

Il teatro si fa, è vero. Il Teatro si vede, è vero. Il Teatro si vive, è vero!

Ma il Teatro si può anche studiare, anzi si deve. Come in Filosofia, l’allievo può superare il Maestro sviluppando la sua argomentazione soltanto se ne ha studiato e compreso e meditato e sperimentato la struttura di base con tutte le arzigogolature e le congetture derivanti.

C’è poi l’eterna disputa su cosa sia il Teatro: interpretazione, rappresentazione o sublimazione della realtà? Non solo Fotografia, anche se ormai il digitale ha appiattito ogni sfumatura.

Cosa può rendere oggi interessante la scena e con quali modalità affrontare nuove sfide?

Teatro dell’Assurdo quando l’Assurdo è diventato la nostra cifra quotidiana?

Surreale è ormai un aggettivo abusato. Metafora dove sei?

E così in questo spettacolo è tutto talmente spiegato, così evidentemente sottolineato con l’evidenziatore che lo spettatore non deve più sforzarsi di capire.

Non c’è più niente da capire! È tutto presentato su un vassoio piacevole a vedersi ed ammiccante.

Simpatici, agili e freschi, frenetici nel loro avvicendarsi sulla scena, veloci nei cambi di costume, sono belli da vedersi e gradevoli nel loro insieme.

Ho iniziato questo progetto pensando a quello che sarebbe piaciuto a me vedere a teatro. Non riesco spesso ad identificarmi in grandi eroine o personaggi sopra le righe, avrei quindi voluto che parlasse di me, di una persona apparentemente “normale”, che parlasse di tutte quelle persone che vedevo ogni giorno, di quella lotta silenziosa e quotidiana che per me è la difficoltà di capirci l’un l’altro: tra passanti, tra amici, in coppia, con se stessi”. Così racconta in un’intervista la regista Adalgisa Vavassori.

Quello che ci piacerebbe è far sì che lo spettatore possa riconoscersi (o riconoscere qualcuno) in alcune delle dinamiche di comunicazione che proponiamo e che magari possa acquisire una maggiore consapevolezza. Non necessariamente per cambiare quel comportamento, ma per far sì che non sia più solo un automatismo”.

Ed è sicuramente facile riconoscere qualcuno e pensare a qualcun altro, quindi obiettivo raggiunto.

Applausi convinti e pubblico soddisfatto.

LEAVE A REPLY