“Oedipus” di Robert Wilson

Andato in scena il 3 ottobre 2018 al Teatro Olimpico di Vicenza

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Oedipustratto da Oedipus Tyrannos di Sofocle

Ideazione, spazio scenico, disegno luci e regia di Bob Wilson

Interpreti: Mariano Rigillo, Angela Winkler, Dickie Landry (sax), Knian Azmeh, Alexis Fousekis, Kayije Kagame, Casilda Madrazo, Michalis Theophanous

e con Meg Harper, Laila Gozzi, Alessandro Anglani, Marcello di Giacomo, Laila Gozzi

Co-regia: Ann Christin Rommen

Musiche originali: Dickie Landry e Kinan Azmeh

Costumista: Carlos Soto

Collaboratore scenografo è Annick Lavallée – Benny

Collaboratore al disegno luci è Solomon Weisbard

Drammaturgia è di Konrad Kuhn

Traduzione originale in versi di Ettore Romagnoli (1926) e Orsatto Giustiniano (1585)

Un progetto di Change Performing Arts commissionato e coprodotto da Conversazioni | Teatro Olimpico Vicenza, Teatro Stabile di NapoliTeatro Nazionale

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OedipusL’Edipo di Wilson è un personaggio che fin dall’inizio della pièce mi ha ricordato i paesaggi e gli uomini di 2001 Odissea nello spazio di S. Kubrick.

L’Edipo che vediamo fin dal primo momento è un uomo avido di conoscenza che avanza lentamente ma imperterrito verso il futuro per conoscere il suo passato. Egli vuole vedere al di là della luce ma è impossibile sfidarla senza esserne sopraffatti così come lo è il destino, per definizione, ineluttabile.

R. Wilson ce lo mostra fin dai primi momenti: la passeggiata iniziale di Edipo altro non è che un accenno al buio del futuro in cui scivolerà.

La storia ed i testi sono quelli di Sofocle ma nonostante ben si conosca la trama, ho trovato fondamentale la presenza del Testimone 1, interpretata dal fenomenale Mariano Rigillo che con la sua presenza e la sua voce calda e potente ci racconta i fatti che stanno per avvenire e ci guida tra le immagini che via via verranno evocate con le musiche e la luce. Oltretutto la scelta di ripetere delle frasi o delle parole chiavi della narrazione (come un disco rotto), mi paiono come una vecchia registrazione, un ritrovamento archeologico, e solo oggi, dopo secoli, fosse stata ritrovato questa voce-reperto, catapultandomi immediatamente in uno scenario post apocalittico o da genesi che altro in fondo non sono, uno la conseguenza dell’altro.

Magnifico il preludio, il giorno in cui tutto incominciò, per Wilson, la luce doveva essere accecante e la musica stridente e così lo è anche per noi spettatori: il sassofono live di Dickie Landry ci costringe a soffrire ed a tapparci le orecchie fin dal primo istante ma non solo, ho notato che tra il pubblico qualcuno ha addirittura indossato degli occhiali da sole per proteggersi dal faro centrale. Dunque il giorno è stato, a mano a mano ci si presentano tutti i personaggi della storia come se fossero statue che sfilassero all’interno di un grande museo antico, non a caso l’Olimpico è considerato più un museo che un teatro.

OedipusDunque Wilson non perde mai di vista il luogo della messa in scena e questo si denota sopratutto dall’utilizzo che ne fa dell’illuminazione alla scenografia originale di Vincenzo Scamozzi (1585), tanto bella quanto difficile da gestire dai registi a noi contemporanei. È la prima volta che vedo il teatro Olimpico illuminato così ad arte: Wilson esalta Palladio e lo fa suo. Se Palladio è plastico finalmente lo si nota anche durante lo spettacolo perché i suoi personaggi si muovono come se fossero appena usciti da una roccia scolpita, ecco perché gli attori-performers sembrano essere nati con la struttura-teatro, intrinseco è in loro la classicità di Pompei e la neoclassicità di Palladio.

La bellezza delle immagini che via via si susseguono sono evocate dal racconto in diverse lingue: italiano, francese, tedesco, greco, inglese. Lo spettacolo risulta nell’insieme apotropaico ed universale e non c’è bisogno di conoscere le lingue per capire.

L’opera di Sofocle viene divisa in cinque piccoli quadri, in tableau vivant, ognuno completamente autonomo e libero di esistere in modo indipendente, legati tra loro solo grazie alla musica dell’uomo con il sax.

Nel primo quindi vi è la presentazione dei personaggi ed il preludio alle sorti di Edipo, nel secondo vi è lo scontro tra Edipo e Laio ed i suoi servi nel trivio, rappresentato con tre lastre di plexiglas ed alluminio che nell’essere calpestate producono rombi di morte e lotta.

Nel terzo tableau vivant, Edipo sposa Giocasta e vi è una meravigliosa danza degli ottimi attori vestiti di nero con in mano solo dei ramoscelli verdi che in una coreografia tribale festeggiano l’avvenimento, al suono di diversi digeridoo (ancora una volta il richiamo al mondo antico, in questo caso al mondo dei sogni degli aborigeni australiani).

Nel quarto, Tiresia rivela ad Edipo che l’assassino che dimora in Tebe è lo stesso Edipo, figlio di Laio e di Giocasta, causa della pestilenza che ancora regna a Tebe.

La verità si fa voce e noi spettatori vediamo in scena l’allestimento di un tipico funerale americano, una sola Testimone 2 ad assistere, Angela Winkler vestita a lutto, su tutto il palco solo sedie vuote.

Infine Edipo è solo, finalmente sa, finalmente conosce ma forse sarebbe stato meglio “se non ti avessi mai incontrato” (come a dire se non mi fossi mai conosciuto) e decide di togliersi la vista per sempre, accecandosi e vivendo tra le ombre di uno splendore che fu.

Noi come spettatori, come al risveglio da un sogno, applaudiamo alla luce piena di una civiltà antica e lontana che ancor oggi percepiamo come un eco di una meraviglia che fu e che non ritornerà più.

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