Venezia 62. Biennale Musica: L’assenza del leone dorato

Inaugurato “Crossing the Atlantic”, 62. Festival Internazionale di Musica Contemporanea

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Biennale Musica
Foto di A. Avezzù

Dopo lo sguardo ad Est della precedente edizione, Ivan Fedele e la Biennale di Venezia, rivolgono occhi e orecchie ad Ovest e attraversando l’Atlantico, come da titolo, ci portano nelle Americhe.

Un compendio di jazz, rock e tango che stereotipa un poco la musica d’oltreoceano.

Ma nella traversata il Leone d’oro, quest’anno, è andato perso.

L’audace conferimento ad un compositore/esecutore come Keith Jarret (chissà cosa sarebbe potuto succedere sul palco!) si è scontrato con la sua età e il suo stato di salute da preservare.

La Biennale si ritrova quindi senza tradizionale cerimonia e solo la disponibilità del Parco della Musica Contemporanea Ensemble, già presenti in cartellone per il concerto d’inaugurazione, ha salvato il sabato sera della Biennale.

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Make Zappa great again.

Teatro Goldoni, 28 Settembre

Zappa è un’icona del XX secolo.

Lo sono le sue provocazioni, lo sono i suoi baffi (marchio registrato) e non è sembrato fuori luogo che i musicisti del Parco della Musica Contemporanea si presentassero in bretelle e papillon gialle.

Giallo come lo squalo che da il titolo alla performance per la prima volta in Italia nella versione integrale.

Fuori da qualsiasi classificazione da musica “colta”, The Yellow Shark è un collage fra brani vecchi e nuovi in cui Zappa pone le improvvisazioni orchestrali come cardini o pietre di volta attorno cui gira l’intero fluire musicale.

Ogni cesello presenta una peculiarità dal corno delle alpi di Outrage at Valdez alla cadenza per Sax di Be-Bop Tango, dal virtuosistico gioco d’incastri e di interruzioni fra i pianoforti di Ruth is Sleeping all’inesorabile 9/8 di Get Whitney.

In una personale esposizione delle sezioni dell’orchestra, Zappa non esplora un solo tipo di contemporanea ma passa di fiore in fiore non abbandonando quella vena di ironia e satira che l’ha reso iconico.

Dalle pistolettate fra orchestrali di Pentagon in Afternoon alla critica alla schizofrenica burocrazia americana per gli immigrati in Welcome to the United States (ottima prova di David Moss) fino alla apprezzabilissima Questi cazzi di piccione (sic!), dedicata a Venezia e al suo contraddistinto problema con gli uccelli.

Fino al brano finale, forse il più famoso, G-Spot Tornado. Eseguito come bis e come bis del bis, in un vorticoso accelerando mentre il performer David Moss faceva alzare il pubblico per ballare e per far partire un trenino fra le fila del Teatro Goldoni mentre il pubblico batteva le mani e chiedeva a gran voce l’encore.

Diretti dall’ottimo Tonino Battista, non inganni la “semplicità” di certe melodie, si tratta di una partitura complicata, l’ensemble/orchestra si è distinta per la partecipazione attiva al divertimento del brano.

Fare bene musica e prendersi poco sul serio, forse, è il più grande lascito che Zappa potesse lasciarci.

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Yes we Carter

Teatro alle Tese, 29 Settembre

La disponibilità del Parco della Musica Contemporanea Ensemble a sostituire la performance di Jarrett andrebbe già premiata a prescindere.

La capacità in ventiquattr’ore di cambiare così drasticamente pelle, ancora di più.

Dismessi i gialli panni zappiani e allargate le sezioni d’archi, ciò che più balza all’occhio ai presenti delle prime due serate, è la poliedricità della compagine, che ripreso il frac serio da orchestra, ha presentato un concerto monografico su Elliott Carter.

Il catalogo del compositore americano è sconfinato e la scelta di presentare brani di diverse decadi ha un evidente valore di presentazione di un compositore sconosciuto al grande pubblico.

Dialogues, in prima italiana, ha visto negli interventi solistici del pianista Lucio Perotti una ininterrotta confessione fra i tasti bianchi e neri e i leggii orchestrali, fatta di interruzioni, soliloqui e scambi, ad un primo ascolto puramente casuali ma in realtà sviluppati dalla spasmodica vivisezione di uno o più accordi e ritmi.

Ed è qui forse che le due serate, nonostante i mondi lontani, hanno un punto d’incontro.

La concentrazione che si vede negli orchestrali incollati alla parte, il movimento ritmico ma spesso cangiante del direttore e infine il profluvio di note, così lontane dalle melodie che siamo abituati a sentire, caratterizzano la contemporanea e se possono sembrare note leggere, fatte senza pensiero, improvvisate, soddisfano determinate leggi che solo i più interessati vanno ad interrogare.

A mo’ di intermezzo, Luimen, sestetto dalla particolare formazione in cui gli strumento a pizzico (chitarra, mandolino e arpa) si confrontano con un vibrafono e due ottoni (tromba e trombone) debitamente con sordina per pareggiare le dinamiche.

L’effetto timbrico è estraniante e iridescente.

Il suono del metallo, corda, corpo o tasto che sia, aleggia sull’ensemble ed è sempre Tonino Battista a plasmarne la forma.

A conclusione di serata, il Concerto per Oboe cacofonico mono-movimento in cui la presenza delle viole come sezione esterne stupisce fin dall’inizio. Il solismo però catalizza per i restanti minuti ogni attenzione e Fabio Bagnoli, il solista, merita ogni singolo applauso finale.

Il bis scelto da Bagnoli è poi la ciliegina di fine pasto.

Un frammento per oboe solo di Maderna, campanilismo a parte, che ha sancito la netta differenza fra europei e americani nell’affrontare il problema della contemporanea.

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