“I miserabili”: l’eternità di un romanzo

In scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino al 24 febbraio 2019

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I miserabili
Foto di Simone Di Luca

Un’impresa splendidamente riuscita quella di mettere in scena (in due ore e 45 minuti compreso intervallo) I Miserabili – uno dei capolavori della letteratura francese e mondiale, pubblicato nel 1862 e frutto della duttile, agile e sofferta penna di Victor Hugo (Besançon 1802 – Parigi 1885), padre del Romanticismo francese ed esempio di una grande capacità di affrontare dispiaceri, avversità e dolori lottando non solo per sé stesso, ma anche per gli altri e facendosi promotore nei suoi scritti della dignità umana e della giustizia sociale – senza generare tedio o stanchezza, ma entusiasmo costante e conservando la struttura e i significati profondi di un romanzo così articolato e denso.

Questo risultato così affascinante e seducente è da ascriversi a Luca Doninelli, autore dell’adattamento, che ha ampiamente vinto la sfida di “portare in scena un romanzo immenso”, e al regista Franco Però che ha restituito molto più di “un’onda o poco più” di quel ricco fiume in cinque volumi ambientato dal 1815 al 1832 (arco temporale che va dalla Restaurazione post-napoleonica alla rivolta antimonarchica del giugno 1832).

Merito anche di un valido gruppo attoriale tra cui l’eccellente Franco Branciaroli nei panni di un affascinante Jean Valjean fiero, ardimentoso, audace quando non temerario eppure sempre generoso e fondamentalmente buono ed efficace non solo come padre adottivo: un personaggio possente e prestante nel fisico e nell’anima trasformato dalla società in galeotto – per avere rubato un tozzo di pane con cui sfamare la sorella e i figli di lei – che uscito di prigione inasprito e malvagio è indotto a riscoprire il vero sé stesso da un’insperata e gratuita generosità.

Il nostro antieroe ingaggia con la legge impersonata dall’inflessibile Javert – reso con efficacia da un convincente Francesco Migliaccio, uno dei cardini di questa pièce – una lotta di lustri senza mai cedere alla tentazione di restituire male con male finendo con il diventare l’emblema di quel ceto più basso e reietto della società, allora ‘miserabile’ e vessato, ma scoperto ed esaltato durante il Romanticismo: una plebe fatta di poveri nati o divenuti tali, monelli, studenti in povertà, prostitute…

Un toccante affresco storico in cui riscatto, risalita, redenzione… si intrecciano con miseria e crudeltà: ma si è sicuri che si tratti di un passato così lontano? Certo oggi pare assurdo essere condannati per avere sottratto per fame un pezzo di pane… la malattia odierna dovuta non solo a cattive abitudini alimentari è l’obesità e in scuole e uffici abbondano macchinette distributrici di cibi e bevande che indipendentemente dalla qualità fanno gola a quei poveri studenti e impiegati abituati da famiglie compiacenti a un egoismo assoluto che comprende anche il non sapere aspettare i momenti dedicati al riposo e al ristoro, ma è anche vero che ancora ggi qualcuno è incorso in condanne per avere rubato un frutto…

L’esistenza odierna è solo apparentemente più facile rispetto al passato a causa della sottile e continua violenza che serpeggia in ogni dove: non si è sicuri neanche quando si cammina perché non si guarda se vicino c’è un’altra persona, in ogni momento c’è rischio di essere derubati in casa, per strada, quando si fa la spesa… e via a seguire senza parlare dei rischi quotidiani di incocciare nelle conseguenze di un’incompetenza dilagante in ogni settore… insomma è peggio che camminare da soli in una foresta del passato, il tutto acuito dalla crisi economica che aumentando la forbice tra grande povertà ed enorme ricchezza induce ad appropriarsi tranquillamente di ciò che non è proprio o a usare gli altri e poi eliminarli se ostacolano la rampante corsa verso il denaro, unico dio osannato dai più ora che tutti gli altri valori sono quasi scomparsi o rimasti appannaggio di pochissimi…

Un quadretto edulcorato dell’oggi che sconvolgerebbe anche Victor Hugo il cui capolavoro in questa versione teatrale risalta maggiormente grazie all’assoluta semplicità della scena minimale con sedie, tavoli e pannelli spostati dagli attori: quasi pagine di libri da cui le parole si trasformano in personaggi che vivono in un clima di penombra, metafora delle difficoltà esistenziali che li connotano.

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