Moni Ovadia in “Dio ride (Nish Koshe)”

Andato in scena al Teatro Puccini di Firenze

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Dio ride
Foto di Umberto Favretto

Una zattera approda al centro della scena: è Simkha Rabinovich, affascinante mercante di ombre, seguito da musicisti vagabondi in odore di baldoria. Dio ride, confessa Simkha: ma è un ghigno, un sorriso, una risata di puro disprezzo? Dio ride e Moni Ovadia racconta, in quel rapporto tutto ebraico tra Yahweh e un servo disobbediente, non ingrato – certamente libero.

Dio ride” è una lunga, infinita melodia di circa due ore, intima eppure così universale per un popolo in bilico fra santità e pellegrinaggio. C’è Mosé, capostipite balbuziente di una tribù di delinquenti, ladruncoli, disperati: così la racconta Simkha Rabinovich, infarcendola di un umorismo tagliente eppure lieve; ci sono gli ebrei nella loro quotidianità, nelle loro imperfezioni; c’è la morte – che pure ghigna, chiama – che semina terrore e risolve le diatribe di due ambiziosi contendenti. C’è la musica: un gioioso andirivieni di violino e strumenti a corda, a percussione. Moni Ovadia canta, l’yiddish vibra.

Manca, invece, la voce. E non la Voce, quella divina, così viva e calda nel cuore di un ateo come Ovadia; manca la voce all’attore che pure sacrifica ogni istante di silenzio – di riposo – per divertire, affabulare. Una prestazione che, a queste difficili condizioni, risulta incolore, per quanto encomiabile per sacrificio, volontà. La magnifica prosodia di Moni Ovadia è stanca, affaticata: un roco sussurrare riempie vagamente il teatro.

Al tempo stesso, sembra doveroso riflettere su una formula di regia che, per quanto affidabile, non brilla. La cadenza del racconto yiddish, per quanto gradevole, abbisogna forse di un contendente, di un personaggio in grado di bilanciare – di concedere, perché no, riposo – il gravare della Storia.

Ma Dio ride, sorride, ghigna di noi tutti. Non considera le debolezza della voce, la gioia o la tiepida noia dello spettatore; ride, liberamente, come fanciullo; va in scena, senza paura: perché dovrebbe tremare, così grande? L’Eternità ci sorride: di rimando, chiniamo il capo.

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produzione CTB Centro Teatrale Bresciano e Corvino Produzioni

di Moni Ovadia

con le musiche dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra (Maurizio Dehò – Luca Garlaschelli – Albert Florian Mihai – Paolo Rocca – Marian Serban)

regia Moni Ovadia

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