Glauco Mauri torna a interpretare “Re Lear”

Al Teatro Eliseo di Roma fino al 2 febbraio 2020

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Re Lear
Foto di Filippo Manzini

Un gigante del teatro ripropone questo dramma per la terza volta nella sua prodigiosa carriera (nel 1984 e 1999 entrambe con la sua regia).

Scrive Glauco Mauri: “Eccomi qui per la terza volta, alla mia veneranda età, impersonare Lear. Perché? Mi sono sempre sentito non all’altezza ad interpretare quel sublime crogiolo di umanità che è il personaggio di Lear. In questa mia difficile impresa mi accompagna la convinzione che per tentare di interpretare Lear non servono tanto le eventuali doti tecniche maturate nel tempo quanto la grande ricchezza umana che gli anni mi hanno regalato nel loro, a volte faticoso, cammino. Spero solo che quel luogo magico che è il palcoscenico possa venire in soccorso ai nostri limiti. Cosa c’è di più poeticamente coerente di un palcoscenico per raccontare la vita? E nel Re Lear è la vita stessa che per raccontarsi ha bisogno di farsi teatro”.

Il conflitto fra padri e figli scava negli abissi del cuore, facendo affiorare la malvagità istintiva e la tenerezza che deve passare dalla cruna della follia per essere apprezzata.

La vicenda seicentesca del vecchio re bretone, che per egoismo e vanità misura l’amore delle figlie dalle lusinghe espresse con parole suadenti, donando loro in proporzione il proprio regno ma ne riceve ingratitudine e abbandono, è paradigma dell’impossibilità di piegare alla virtù la smaniosa brama di potere e di coniugare vecchiaia e saggezza.

Goneril e Regan titillano la vanità del vecchio genitore, che vuole essere arbitro del loro destino, adulandolo come egli si aspetta. Cordelia, consapevole di sé e depositaria delle proprie scelte di vita, rivendica il diritto di far posto nel suo cuore anche all’amore per un marito. Verrà sciaguratamente diseredata e cacciata dal regno consegnato alle ipocrite sorelle. Lear, solo e affaticato dagli anni e dagli oltraggi, troverà ristoro scivolando nella follia.

Gli eventi si intrecciano a quelli del conte di Gloucester che predilige il figlio Edgar a discapito dell’illegittimo Edmund, il quale tramerà mortalmente contro il padre e il fratello e causerà la morte di Goneril e Regan, diventatone l’amante.

Padri incapaci di amare incondizionatamente, figli che contendono ai fratelli l’amore paterno. È la dinamica atemporale dell’avventura umana, resa universale da Shakespeare che offre come chiave di volta la follia, vera o apparente.

Nel finale, la consapevolezza degli stolti padri si paleserà in un chiasmo: Lear diventerà lucido accorgendosi di scivolare nella follia, Gloucester vedrà chiaro quando resterà cieco.

La follia è la chiave registica di Andrea Baracco. Il Matto, il buffone del re, è la figura centrale che tesse la sottile trama di raccordo, aggirandosi avvolto nel nero mantello e in testa la tuba rossa (un memorabile Dario Cantarelli) osservando le azioni e commentando gli effetti, ora sostenendo ora dileggiando il re con voce cadenzata.

La traduzione di Letizia Russo del testo shakespeariano, da cui Baracco e Mauri hanno tratto la riduzione e l’adattamento, è incisiva e moderna, con qualche concessione al linguaggio licenzioso attuale. Contemporanei anche i costumi, con abiti neri per gli uomini e vestiti da sera per le donne.

Le vicende si intrecciano intorno alla scenografia verticale (di Marta Crisolini Malatesta) dominata dalle gigantesche lettere a caratteri mobili che compongono “King Lear” sovrastanti la struttura di pannelli trasparenti scorrevoli che racchiude un ascensore, da cui il re con tutti gli attributi del potere (trono, scettro, corona) fa il primo ingresso in scena. I personaggi si muovono su più piani e (troppo) spesso intervengono dalla platea correndo e urlando. Le luci di Umile Vainieri creano effetti lugubri e particolarmente suggestivi nella scena della tempesta.

Glauco Mauri giganteggia nei passaggi emotivi dalla vanitosa regalità alla lucida follia, gravato dall’immanenza di un’imponente corona metallica sospesa sulla scena. L’altro cardine dell’impalcatura drammaturgica è il Gloucester di Roberto Sturno che, in bilico sulla scogliera, pronuncia il monologo di Amleto “Essere o non essere”.

Matura l’interpretazione di Francesco Sferrazza Papa nel ruolo di Edgar lacerato dal dolore e volutamente folle. La recitazione degli altri interpreti è carica di parossismo fisico e vocale, tanto urlata da essere non sempre comprensibile: Aurora Peres (Regan), Emilia Scarpati Fanetti (Cordelia), Aleph Viola (Edmund), Enzo Curcurù (conte di Kent), Laurence Mazzoni (Oswald), Paolo Lorimer (duca di Albany) e Francesco Martucci (duca di Cornovaglia).

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