Un nemico del popolo

Al Teatro Argentina di Roma fino al 26 gennaio 2020

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Un nemico del popolo
Foto di Giuseppe Distefano

Il potere dice al popolo la verità oppure, essendo incompatibile con la ragione, dice ciò che il popolo vuol sentire?

L’allestimento, reduce dai successi della scorsa stagione e dal doppio Ubu per il miglior spettacolo 2019 e migliore attrice protagonista Maria Paiato, torna a calcare il palcoscenico del Teatro di Roma che lo ha prodotto.

La messinscena del dramma di Ibsen, nella traduzione di Luigi Squarzina del 1948, trasferisce la localizzazione dalla Norvegia a una località americana di inizio secolo, la cui economia si sviluppa intorno allo stabilimento termale. Quando gli esami batteriologici effettuati dal responsabile sanitario Thomas Stockmann rilevano un alto tasso di inquinamento a causa degli scarichi di una conceria, il dottore informa le autorità comunali e la stampa, auspicando la chiusura delle terme a tutela della salute pubblica.

Il giornale locale, dall’evocativo nome “La voce del popolo” assicura di dare massimo risalto alla notizia, ma l’intervento del sindaco che paventa il disastro economico per gli investitori e l’addebito ai cittadini degli ingenti costi di risanamento, scompiglia i buoni propositi.

È tutto in questa duplice visione di cosa sia l’interesse pubblico, il nucleo del dramma che trasformerà il dottor Stockmann da difensore del popolo a nemico del popolo. Radicalmente onesto e viscerale sostenitore della verità per il bene della cittadinanza, ha come contraltare la figura del sindaco, suo fratello Peter, scaltro e navigato politico che sostiene le ragioni del potere che tutela gli interessi di tutti, degli azionisti che rischiano il fallimento, dei cittadini sui quali ricadranno i costi, degli amministratori che non hanno vigilato.

Il tema, attuale ancora oggi a distanza di oltre un secolo, è universale. Ecologia, solidarietà, libertà di stampa, partecipazione attiva alla vita politica in un’ottica romantica che si sgretola contro l’onda d’urto della visione pragmatica dell’economia delle lobby.

Infatti, palesatasi l’evidenza che la sospensione dell’attività costituirà un enorme costo per la collettività, la stampa ritratta il suo appoggio per la rivolta dei piccoli proprietari immobiliari che non potranno affittare le case ai turisti, la moglie del dottore gli ricorda che tiene famiglia, il suocero proprietario della conceria specula sulle azioni delle terme. Cambiati gli umori, i cittadini esasperati assaltano l’abitazione del medico che, forte della sua scienza, lancia l’antidemocratico anatema: “Quelli che vivono nella menzogna dovrebbero essere sterminati come animali nocivi, tutti! Alla fine appesterete tutto il paese; vi spingerete a tal punto che tutto il paese meriterà di essere annientato. E se si arriverà così lontano, allora vi dico dal più profondo del cuore: che venga pure annientato l’intero paese; che venga pure sterminato l’intero popolo!”.

Licenziato e deriso, si allontana sul fondo mentre la scenografia crolla insieme alla sua reputazione. “A cosa serve avere ragione se non si ha il potere, la maggioranza ha la forza e la minoranza la ragione” è l’assunto finale di Thomas, perciò “i forti devono imparare a essere soli”.

La scelta registica di Massimo Popolizio si impernia sulla chiave di recitazione buffonesca, che stigmatizza l’assenza di etica professionale e responsabilità civica, come per le viscide caricature dell’editore, direttore e redattore (Michele Nani, Paolo Musio, Tommaso Cardarelli). La falsità di tutti traspare dallo stile interpretativo con cui gli interpreti delineano i vari caratteri: Francesco Bolo Rossini (suocero), Francesca Ciocchetti (moglie), Maria Laila Fernandez (figlia), Martin Chishimba (ubriaco), Flavio Francucci, Cosimo Frascella, Francesco Santagada, Duilio Paciello e Gabriele Zecchiaroli.

Soltanto Thomas (un superbo Massimo Popolizio) è spontaneo e accorato. Maria Paiato nel ruolo maschile del sindaco, conferisce al personaggio un’aura di straniante autorevolezza che si impone nel duello etico-politico coll’irreprensibile fratello.

La scenografia minimalista di Marco Rossi delimita lo spazio con pannelli mobili che ricreano i vari ambienti (laboratorio, abitazione, redazione, sala assembleare) mentre l’ubriaco irrompe introducendo la scena con parodistici monologhi.

Un capolavoro di perenne contemporaneità, rivisitato con maestria attoriale e registica, che continua a mietere successi.

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