Mi chiamo Gaia e faccio l’attrice

Gaia Nanni, attrice fiorentina, condivide un’appassionata e lucida riflessione sulla questione dell'arte e della cultura ai tempi del coronavirus

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gaia nanniCome dopo ogni nuovo DPCM, oggi sui social si è scatenato il dibattito sulle misure in vigore dal 4 maggio. Troppo strette, sì ma la salute, eh però l’economia, quale zia avrà il balcone più assolato, io non esco senza la piega, cammina a un metro di distanza, corri a due, marcia a tre, ti vuoi congiungere con me? Nella baraonda di stati, commenti, opinioni, prese di posizione più o meno motivate, si rischia di perdere la bussola, confondere l’indole polemica, talvolta lamentosa, con i tentativi legittimi di portare all’attenzione criticità vere. La questione dell’arte e della cultura, a cui tutti ci abbarbichiamo in questi giorni alla ricerca di aria fresca, è troppo spesso considerata uno svago da ricchi, una preoccupazione da radical chic, un vezzo da snob. Come se il problema si riducesse alla signora cotonata in pelliccia che non sa più cosa fare il martedì sera da quando i teatri sono chiusi. Ci manca il teatro? Certo che ci manca, ma non è questo il punto. Il punto è che con l’arte e la cultura qualcuno ci mangia. Senza retoriche sull’Italia paese di poeti, senza dissertazioni filosofiche sull’elevar gli spirti, ché non è questo il tempo. Si parla di lavoratori, né più né meno. E l’assenza di qualunque altra categoria dal dibattito pubblico avrebbe creato sollevazioni di masse. Gaia Nanni, che ringrazio per aver condiviso con noi il suo pensiero, ha voluto far luce su questo angolo buio, affidando a uno spassionato post su Facebook una riflessione lucida, puntuale, necessaria.

Alessandra Manenti

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Mi chiamo Gaia e faccio l’attrice.
E già me le immagino le facce di quelli lì, le vedo.
Mi fissano e paiono dirsi “Eccola lei, vuole dire la sua. Adesso ci mancano pure gli attori che vogliono dire la loro in tutto questo macello”
E li riconosco sapete? Sono gli stessi che mi dicevano con un filo di insofferenza “Va bene fai l’attrice, ma di lavoro? Di lavoro che fai”?
Di questo post a loro dà già sui nervi solo l’incipit.
“Mi chiamo Gaia e faccio l’attrice”
Che suona diverso da “Mi chiamo Gaia e faccio l’operaia”
Non trovate?
Eppure CristoSanto i miei soldi sono gli stessi soldi con cui pago le tasse, la pasta al supermercato, la mensa ai miei figlioli.
Eppure col mio lavoro ci pago le bollette, il mutuo, le rate della macchina e la sanità pubblica per non essere intubati con la sistola per le piante.
Esattamente come voi.
Per chi lavora nel comparto dello spettacolo dal vivo, si parla di riprendere – forse – a gennaio del 2021.
Ora mi chiedo, voi sareste disposti a rimanere senza il vostro lavoro, senza essere pagati, per 11 mesi?
Chi tra i miei colleghi al termine di quegli 11 mesi potrà continuare a fare questo mestiere?
Mi chiamo Gaia e faccio l’attrice.
Sono nata in una famiglia dove molti prima di me hanno fatto questo lavoro e l’hanno fatto tutti, me compresa, sotto un mantra insindacabile: è un lavoro, studia tanto e fatti pagare.
Il mio nonno si è consumato la mani sui pianoforti delle navi da crociera e ancora oggi in casa mia c’è chi suona il violoncello, chi il violino.
E tutti sotto lo stesso mantra: è un lavoro, studia tanto e fatti pagare.
Mi chiamo Gaia, faccio l’attrice e oggi sono senza lavoro.
E vorrei essere chiara su questo punto, vorrei esserlo per rispetto della categoria a cui appartengo.
Vorrei esserlo nei confronti di quegli spettatori che hanno fruito in questo periodo di quintalate di letture in streaming, poesie, canali TV web fioriti per attori orfani della ribalta o per chi onestamente ha creduto di far qualcosa di buono per i propri spettatori.
Nessun giudizio, no.
Nessuno, ma una premura sì, concedetemela. Noi non abbiamo bisogno di farci vedere, noi abbiamo bisogno di soldi.
E voglio dirla io questa cosa così antipatica perché tra poco sarà impossibile non dirsela.
Perché non vorrei che oltre alla preoccupazione economica, fortissima, io debba anche affrontare adesso un equivoco inaccettabile: esser scambiati per degli appassionati e non per dei lavoratori.
Abbiamo lottato tanto per nobilitare le nostre vite da precari ricordando che era importante esser pagati per il nostro lavoro, a pretenderlo al pari di un qualsiasi altro artigiano.
Sono passati i tempi del teatro non si ferma amici miei e c’è chi ha perso tutto.

Ed è importante dire che ci siamo fermati proprio per ripartire con forza e avere il sostegno di tutti quando ripartiremo.
Mi chiamo Gaia, facevo l’attrice e sono senza lavoro.
Come te.
Come lui.
Come lei.

Gaia Nanni

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