Un’isola in mezzo all’orizzonte

Andato in scena all’Arena estiva di Castello, Firenze

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Dietro le Quinte Teatro porta in scena – e sul grande schermo – “il libro di poesie più letto in Italia” (così si legge sulla copertina dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters nella sua edizione Einaudi del 1971). Una raccolta che ha fatto la storia della letteratura americana e non solo, diventando, anche in Italia, il simbolo di una generazione. Una raccolta scritta quasi per caso, sicuramente per diletto, che ha avuto a che fare con Cesare Pavese e Fernanda Pivano (che l’ha tradotta), con Fabrizio De André e Nicola Piovani, ma anche con critiche e accuse di anarchismo, con la censura e con l’arresto della traduttrice di cui sopra.

Lavorare su un testo di questo genere, oggetto di innumerevoli e spesso pregevoli adattamenti, non è semplice. Eppure Un’isola in mezzo all’orizzonte riesce a rievocare il capolavoro di Masters e a trasportarlo in una dimensione nuova, mantenendo quell’atmosfera un po’ gotica e un po’ rurale, un po’ poetica e un po’ parodistica dell’originale.

Lo fa con una formula inedita, che del progetto iniziale mantiene soltanto la cornice: quello che doveva essere un normale spettacolo teatrale è diventato un evento che si fa fatica a definire con una sola parola, perché inizia su un palcoscenico e si conclude sullo scherma di un cinema (all’aperto).

Lo fa con due valori aggiunti che lo rendono davvero un unicum nel panorama teatrale, fiorentino e non solo. Parlo dell’ambientazione del cortometraggio, girato nel Cimitero di Porta a Pinti – detto “degli Inglesi” – di Firenze, e della musica originale composta appositamente per lo spettacolo da Daniele Garuglieri.

Gli attori si muovono ora su una pedana scricchiolante in legno, ora a piedi scalzi sui ciottoli di un vialetto in banco e nero. Niente è reale, né inventato: rimane tutto come sospeso in uno di quei sogni che facciamo di notte rielaborando quello che ci è successo di giorno. I 248 personaggi creati da Masters si incontrano con i morti illustri del Cimitero degli Inglesi, ma anche con alcuni protagonisti della cultura e della cronaca italiana degli ultimi decenni, da Alda Merini a Rossella Casini, raccontando vicende che la storia dell’umanità ha visto ripetersi quasi ciclicamente. A dimostrazione di quanto, per quanto proviamo a crederci assolti, siamo lo stesso coinvolti, per parafrasare chi le parole di Masters le aveva fatte proprie, calandole in una contemporaneità che ancora fatica a diventare passato.

In quest’isola in mezzo all’orizzonte, l’atmosfera di Spoon River si scontra con la realtà dell’oggi, in un contrasto di luci e colori che trova nella doppia trasposizione – teatrale e cinematografica – una perfetta rappresentazione.

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Con

Tommaso Capecchi

Emanuele del Sole

Andrea Gunter

Luigi Ippolito

Beatrice Menniti

Andrea Simone

Martina Stefani

Foto di scena

Carolina Chianucci

Andrea Firetto

Musiche

Daniele Garuglieri

Aiuto regia

Sara Cugnetto

Tommaso Poli

Direttore della Fotografia

Gabriele Benedetti

Regia

Jacopo del Sole

Con il prezioso aiuto della Chiesa Evangelica Riformata Svizzera di Firenze, della dott.ssa Francesca Paoletti e di suor Julia Holloway

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