Jacopo Chiostri, le corde del segreto

Intervista allo scrittore italiano, autore di "Non è un caso" (Giovane Holden editore, 2020)

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Jacopo Chiostri, nato a Milano, vive a Firenze – da dove è originaria la sua famiglia – dall’età di un anno, è uno scrittore che pizzica tutte le corde del segreto per costruire i suoi gialli. Dal luglio del 1981 è iscritto all’Albo dei giornalisti; ha lavorato a quotidiani e periodici, tra questi La Nazione (1976-79), L’Avvenire (1980-1984), Il Sole 24 Ore (2000-2011); dal 1984 al 1999, ha rivestito il ruolo di addetto stampa della Confartigianato di Firenze. Il suo primo romanzo, genere ‘poliziesco’, Cemento…armato, è del 2009 (Sassoscritto editore), a questo sono seguiti altri quattro libri dello stesso genere: Il Segreto del terzo violino (2010 Romano editore), L’ultima luna su Firenze (2011 – e-book Eiffel editore), Pera Cunca e la collana di morte (2012 Sassoscritto editore), Hash MD5 (2018 Il Viandante edizioni), e un libro a metà tra ‘giallo’ e romanzo psicologico ‘Non è un Caso’ (2020 Giovane Holden). I libri che ha scritto escono dai canoni classici del ‘poliziesco’ o ‘giallo’ (il nome come sappiamo deriva dal colore di quei libri che Mondadori prese a pubblicare nel 1929 ‘I gialli Mondadori’), canoni che, a sezionarli freddamente, prevedono uno schema fisso che richiama la tragedia greca e che si servono abbondantemente del meccanismo del ‘conflitto’ e del ‘contrasto’ per appassionare il lettore; nelle sue intenzioni, quello che scrivo deve essere occasione di riflessione per il lettore, temi sociali, personaggi sui generis, simili a quelle ‘disturbate divinità’ di cui scrive Eugenio Montale, ricorso al correlativo oggettivo di eliotiana memoria, sono al centro della narrazione, perché in questa ricerca e cura c’è la considerazione che un libro non può essere solo intrattenimento, in questo caso abdicherebbe al suo ruolo e svilirebbe le proprie potenzialità. I suoi libri sono stati presentati in librerie, caffè letterari, luoghi di ritrovo, festival, tv e radio private. Dal 2008 è presidente dell’Associazione ‘Amici delle Giubbe Rosse’, che ha gestito gli eventi culturali nell’omonimo caffè, noto per avere tenuto a battesimo il movimento futurista e per essere stato luogo di ritrovo di poeti, letterati, pittori; in questi anni come critico letterario e artistico ha condotto circa 400 eventi, pittura, prosa, poesia, fotografia, conferenze, tutti patrocinati dal Comune di Firenze. Si potrebbe aggiungere molto altro. Ma lasciamo che siano le sue parole a raccontarci qualcosa in più.

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Ci vuoi raccontare di cosa parla il tuo ultimo lavoro letterario?

Il libro – ‘Non è un caso’ (Giovane Holden editore, 2020) – si può correttamente definire un poliziesco, ha la struttura classica dei libri di ‘genere’ che, a pensarci bene, è la stessa da tremila anni, perché il riferimento è la struttura della tragedia greca, tre atti, colpi di scena, deviazioni sistematiche della storia per coinvolgere il lettore, disorientandolo. Da tempo però avvertivo l’esigenza di uscire dagli spazi, ristretti ed obbligati, di questo genere di letteratura il cui fine, per lo più, è l’intrattenimento, come è fin dai tempi di quei libri che Mondadori prese a pubblicare nel 1929 e il colore delle cui copertine, il giallo, in Italia e solo in Italia, ha dato il nome alla categoria.

Non è un caso’ si occupa invece, anche, di tematiche sociali – le difficoltà d’integrare le persone di etnia Rom, e la violenza sulle donne – poi affronta l’affascinante tema della casualità, cioè di quegli eventi che non sappiamo spiegarci perché avvengano, ma hanno conseguenze tanto significative che risulta difficile accettare che siano appunto casualità e non ci sia una reggia occulta.

Una coppia di giovani ladri, fratello e sorella, sta studiando un’abitazione dove intende commettere un furto, la giovane nota in un furgoncino, parcheggiato davanti, un cofanetto, se ne impadronisce, lo passa al fratello, poi si dirige sul retro, il fratello sente un forte grido, lui scappa e di lei non si sa più nulla; più o meno in contemporanea, in altra parte della città, viene ucciso un pittore; poco prima ha affidato un quadro a un vicino di casa, forse premonendo quello che stava per accadergli. Quando dopo qualche giorno, il vicino porta il quadro in Questura, uno degli agenti presenti ricorda che ha visto lo stesso quadro nell’abitazione dove è scomparsa la ragazza quando è andato a interrogare il proprietario. Come è possibile che fosse in due luoghi distinti? la faccenda si complica quando si scopre che l’opera appartiene a uno dei più chiacchierati uomini politici italiani; inoltre nel cofanetto rubato era nascosta una pistola usata per un omicidio commesso a Torino e collegato alle vicende fiorentine, ma il vero interrogativo, che fa dannare gli inquirenti, è perché, tra mille dove poteva entrare, la ragazza scomparsa sia finita proprio in quella abitazione. Un caso? difficile da credere!

C’è un altro libro a cui sei particolarmente legato, anche non tuo? E perché?

Parlo di un mio libro perché quelli cui sono legati sono davvero tanti, e ciascuno è legato a una stagione, una scoperta, un ciclo, poi io sostengo che i libri, come la musica e il teatro del resto, non sono sempre uguali, la loro lettura, o rilettura, come il ricordo, è legato a particolari stati d’animo; venendo a un libro da me scritto, il precedente, Hash MD5, è quello che maggiormente mi rappresenta, ironico, paradossale, soprattutto surreale come ha correttamente scritto la poetessa Giusy Frisina nella sua recensione. Adoro il surreale che intendo non come definito nel manifesto sul surrealismo di Breton, ma come realtà che stentiamo a riconoscere come tale; Eliot parlava di umanità che non può sopportare troppa realtà, una riflessione che condivido e per dirla tutta sono convinto che qualche incursione nel surreale aiuti a vivere meglio.

Qualche riconoscimento, anche personale, di cui vai fiero?

Nell’aprile 2014 ho rappresentato Giubbe Rosse e un nutrito gruppo di pittori, di varia provenienza geografica, che facevano riferimento al locale, all’inaugurazione di un Museo di arte moderna e contemporanea, il Telesia Museum, a San Roberto, paese in provincia di Reggio Calabria, ai piedi dell’Aspromonte. Il museo è nato da un’idea di un artista locale, ed è stata accolta da noi con entusiasmo; il Comune di San Roberto ha ristrutturato, grazie ai fondi della Comunità Europea, una palazzina già sede delle scuole, e il museo è nato con le opere donate da un centinaio di pittori. Il giorno dell’inaugurazione, presenti il sindaco e il Presidente della Regione Calabria, ricevetti in dono la Statuetta lignea rappresentante San Giorgio, simbolo del paese, un riconoscimento che idealmente ho diviso con tutti coloro che hanno collaborato al progetto. Il Museo è molto bello, ma la cosa più significativa, a mio parere, è che si trova in un paese piccolo e certo non ricco, i cui abitanti però hanno la possibilità quando vogliono di andarsene al ‘loro’ museo, cosa che non sempre è possibile, anche in città ben più grandi.

Quale peso o responsabilità credi che abbia la cultura nella società di oggi, anche alla luce del drammatico momento che stiamo vivendo?

Ovviamente un ruolo che potrebbe e dovrebbe essere centrale e trainante per una crescita sociale complessiva, temo però che questo termine ‘cultura’, sia per lo più utilizzato senza una vera riflessione sul suo significato; c’è poi molta ghettizzazione nei confronti di divulgatori, intellettuali e similari ed anche, rovescio della medaglia, un certo indiscutibile snobismo da parte di costoro. Invece se vogliamo che la ‘cultura’ diventi un’arma per cambiare il mondo occorre fare in modo che includa – certo senza perdere identità e valore – tutte le espressioni della società, incluse quelle più, apparentemente, distanti. La nostra società – e si veda l’agone politico – è dominata dal ‘contrasto’, arma formidabile per ottenere consenso, ma altamente distruttiva: io inizierei da qui, dallo smussare i contasti; un’operazione lunga, complicata, da compiere con tanta buona volontà e spirito di sacrificio.

Quale rapporto hai con la città nella quale vivi, anche come fonte di ispirazione?

Firenze può essere una città scenografica, a patto però di uscire di luoghi comuni, intendendo con questo, i luoghi più conosciuti e ‘usati’; perché Firenze ha mille angoli nascosti, e tracce che sono sotto gli occhi di chiunque, ma in genere sono ignorati; detto questo se ambiento le storie che scrivo a Firenze, è per ragioni, ovvie, di conoscenza, e quindi, diciamo pure, di comodità; un libro pubblicato tempo addietro ‘Pera Cunca e la collana di morte’ si svolge invece nel Canavese, dove in un bosco bellissimo, si trova un masso erratico la ‘Pera Cunca’ (in dialetto locale, significa la pietra concava) sulla quale i druidi, si narra, compissero sacrifici umani. Per me è stata un’ambientazione fantastica, per la suggestione del luogo e, forse, perché un luogo piccolo e concentrato come quell’area si maneggia meglio!

Il rapporto che ho con Firenze è lo stesso di tutti i fiorentini: odio e amore, odio perché la vorremmo perfetta, cioè all’altezza del suo passato; amore per quello che mette a disposizione, il guaio è esserne all’altezza; a volte vado a sedermi in piazza santa Trinita alla colonna detta della Giustizia; lì, poco distante, sul pancaccio degli Spini, nel pomeriggio si trovava Michelangelo con i suoi amici, e lì accadde la celebre canzonatura nei confronti di Leonardo che transitava sulla via: Michelangelo, Leonardo… guardo quelle pietre, la facciata della chiesa, che sono le stesse, e tutte le volte si rinnova una bella emozione.

Cosa pensi della collaborazione e della condivisione tra artisti e scrittori come Presidente dello storico caffè delle Giubbe rosse di Firenze?

Penso che esista più sulla carta che nella realtà, tra gli obiettivi degli eventi prossimi che gestirò, c’è proprio quello di mettere a confronto diverse sensibilità e modalità espressive. Ho fatto qualcosa del genere, tempo addietro, a Giubbe Rosse, organizzando annualmente, sempre ad Agosto, un incontro al quale invitavo una dozzina di artisti – fotografi, pittori, scrittori, poeti, attori – per raccontare la propria storia seguendo un tracciato di domande uguali per tutti; la scelta di farlo ad Agosto aveva a che fare con una certa, chiamiamola forzatura del tipo ‘vediamo chi c’è e quanto è disposto a collaborare’… d’altra parte nel 2016, il 16 agosto, organizzai un incontro con una poetessa messicana, da noi sconosciuta, Diana Ugalde Calzadilla, e alla fine ebbi ventisei presenze che per una data come quella fu un ottimo risultato.

Parlando dei tuoi scritti ricordi un passo a memoria? Come mai proprio questo?

Sì, è un passo di Hash Md5 (il titolo, tra parentesi, fa riferimento a una sigla crittografica usata per la trasmissione di dati sensibili). In ultimo, terminata la storia ho fatto in modo che alcuni dei personaggi coinvolti si incontrassero. Tra loro, il commissario Prospero Gennaro e una suora, suor Maria; l’incontro avviene nei pressi di un ufficio postale, il commissario saluta e chiede alla suora dove stia andando, la risposta è: “dal mio amante”, imbarazzo da parte del poliziotto al che la suora mostra i bollettini postali che ha in mano e chiede dove potrebbe mai andare con quelli, quindi aggiunge – ed è questa la frase che cito: “Io non ho amanti, anzi ne ho uno solo – e alza un braccio verso il cielo – ma non ho fretta di incontrarlo, perché quando c’incontreremo, sarà per sempre”. La frase è particolarmente significativa perché lei è una delle ‘disturbate divinità (Montale) che popolano il libro, parla sboccato, non manca di cinismo, nel suo convento le donne delle pulizie fumano hascisc ma al momento in cui è importante, testimonia la sua fede. Come lei sono tutti i personaggi di quel libro, meravigliosamente innocenti nel loro essere diversi e preda, ciascuno, di una qualche nevrosi. E questo è il senso di quello che scrivo: studiare e possibilmente capire gli umani nella loro magnifica diversità e ricchezza di personalità, idee, culture.

Chi sono i tuoi riferimenti letterari o artistici in generale?

Amo la pittura, forse anche più della letteratura, non sono esperto, la studio, mi affascina, un artista su tutti Paul Klee, il maggiore teorico che abbiamo avuto dai tempi di Leonardo da Vinci, colui che ha affermato che il compito del pittore è di rendere visibile l’invisibile, una massima che si può applicare in tutti i campi. Quanto agli scrittori sono talmente tanti… la Ginzburg per la capacità di definire il carattere dei personaggi, Hemingway per l’autorevolezza, Bukowski per l’ironia, Simenon, colui che è capace di tramutare l’accensione di un fornello a gas in una pagina indimenticabile, un Dostoevskij in minore come scrisse Alberto Savino.

Sicuramente i lettori di Teatrionline vorranno sapere: qual è il tuo rapporto con il teatro?

Ogni cosa che viene rappresentata sul palco diventa misteriosamente bella, questa definizione, che ho letto, è per me il teatro… spesso mi sono chiesto se non succeda che la realtà s’impegni e faccia di tutto per essere simile a come viene rappresentata sul palcoscenico: dovrebbe essere così! Magia questo è il teatro, in qualsiasi sua forma, adoro i monologhi, il mimo, non vado molto, essenzialmente per una questione di pigrizia… poi non possiedo apparecchio televisivo, ma le ‘immortali’ di Eduardo me le vedo tanto spesso sul PC, non so se sarei all’altezza ma se qualcuno me ne desse opportunità… posso? una volta, una sola, mi piacerebbe anche solo dire ciao e tornare subito dietro le quinte, credo che l’adrenalina circolerebbe per mesi.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

A ottobre inizia una collaborazione con una struttura di grande fascino, qui a Firenze (preferisco per ora non citarla) che prevede incontri settimanali, orientativamente a carattere letterario. Il mio progetto è di fare ‘didattica’. Chi inviterò, vorrei venisse a parlare più che delle proprie opere, libri o quadri che siano, di come concretizza la propria poetica, le difficoltà, la solitudine… chiederò di dialogare col pubblico, lo slogan potrebbe essere ‘se vado a un evento, voglio uscirne arricchito’; poi ho due libri ultimati, entrambi indagano i condizionamenti che, chi più, chi meno, abbiamo ricevuto dalla famiglia, un tema che mi sta a cuore. Aspetto il momento per pubblicarli perché vorrei evitare il guaio accaduto con ‘Non è un caso’ uscito ad aprile 2020 in piena pandemia.

Jacopo Chiostri è uno scrittore che pizzica tutte le corde del segreto per costruire i suoi gialli.