65 ° Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia/1: Biennale Anno Zero

Due puntate per raccontarvi il 65. Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia

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Solo in corner questo 2021 ha deciso di differenziarsi dall’anno infausto che l’ha preceduto, potendo ormai a diritto essere definito il primo anno P.P. (Post Pandemia) e non come molti l’hanno chiamato a gennaio, la desolante versione 2.0 del 2020. C’è chi però non ha aspettato l’autunno per questo cambio ideologico e ha deciso di approfittare quasi fin da subito di questa finestra di rinnovamento, sperando nel ‘forse che verrà’ e intraprendendo nuove strade artistiche.

La Biennale di Venezia, già da un anno, con un singolo colpo di spugna, ha optato per un totale rinnovamento delle direzioni artistiche di Danza, Teatro e Musica, trovandosi così, nel caso dell’ultima, al servizio di una nuova idea artistica dopo il doppio quadriennio Fedele.

L’anno uno di Lucia Ronchetti, nuova direttrice artistica, doveva essere diverso. Lo chiedevano gli strascichi della 64. edizione dello scorso anno, lo chiedeva anche un progetto musicale che si era effettivamente impoverito ed esaurito. Ma come è cambiata questa Biennale Musica? 

Dopo le ultime programmazioni topo-geografiche con la scoperta della musica dei quattro angoli della Terra, la rifondazione nasce da una scelta tematica ‘la voce’ e sulle sue decine di declinazioni nella contemporanea. Da cui il titolo di ‘Choruses. Drammaturgie vocali’.

Una scelta interessante, poco esplorata negli ultimi anni ma che, ad onor del vero, sembrava la più plausibile in questi tempi dettati da pesanti difficoltà organizzative nell’ospitare ensemble strumentali e grandi orchestre.

A questo tema ha risposto fin da subito una maggiore affluenza di pubblico (l’ultima edizione rovina le statistiche o al contrario esalta il risultato della 65. ed.), soprattutto di area germanica, con un lieve ringiovanimento dell’età media, a fronte di un numero di eventi sostanzialmente uguale, seppur con un corposo aumento delle trasferte rispetto agli spazi storici dell’Arsenale.

Molta di questa germanicità è da ricercare anche agli attori di questa edizione. 

In primis l’ensemble vocale più interessante di questa edizione ovvero il SWR Vokalensemble di Stoccarda e del loro giovane direttore Yuval Weinberg.

Intervenuti sia nel concerto serale del 20 settembre (musiche di Filidei, Feldman, Odeh-Tamini) che in quello d’aperitivo delle ore 18 del giorno successivo, l’ensemble della radio tedesca si è contraddistinto per freschezza interpretativa e capacità di empatia con il pubblico, tanto da guadagnare il premio di miglior ensemble vocale o coro di questa edizione, altra novità di questa edizione.

Nel primo concerto, in cooperazione con l’ensemble del Parco della Musica per la parte strumentale, si segnalano la prima assoluta del brano ‘Tutto in una volta’ di Francesco Filidei, la cui cifra compositiva è ormai ampiamente riconoscibile rispetto a tutti i suoi contemporanei per quella capacità di costruire ricche architetture convincenti da pochi materiali primordiali, e la trascinante prima italiana di ‘TIMNA’ di Samir Odeh-Tamimi, in cui l’architettura avanguardista occidentale si fonde con la ritmica e gli arabeschi vocali orientali.

Ciò che però ha esaltato la performance del concerto è l’idea musicale del direttore che ha permeato l’intera serata, e l’assoluta partecipazione del coro a tali scelte.

Assoluta partecipazione che è risaltata anche nella prima italiana di ‘Wölfli-Kantata’ di Geogers Aperghis del 21 settembre, qui in compartecipazione con i Neue Vocalsolisten, leone d’argento di questa edizione.

Entrambe formazioni della prima assoluta del brano, si sono geometricamente divise la pentastruttura del brano che prevede l’alternarsi del coro nei brani pari, anche qui diretti sempre da Weinberg, e in quelli dispari per le sei voci soliste dei Neue Vocalsolisten, autodiretti. 

Indiscutibile l’alto perfezionamento raggiunto dai Neue Vocalsolisten, veri specialisti della contemporanea come ampiamente dimostrato nei vari appuntamenti che li hanno coinvolti in questa Biennale, ma la perfezione fine a sé stessa priva di una direzionalità e di una idea musicale sopra al pentagramma, apporto tendenzialmente compito di un direttore, risulta asettica.

Discorso diverso per il concerto serale del 21. 

Almeno una volta nella vita tutti dovrebbero entrare nella cornice dorata della basilica di San Marco e sentire, eseguito dalla Cappella Marciana, il repertorio dei vari Willaert, Gabrieli e Monteverdi. 

Indescrivibile, e me ne guarderò dal provarci, la sensazione di astrazione fisica e di continuo rimbalzo riverberante delle voci che permette una totale immersione nel repertorio eseguito, privo di qualsivoglia tentativo di disattenzione.

L’ensemble vocale della Basilica, magistralmente diretto dal maestro di cappella Marco Gemmani, ha alternato ai brani storici della tradizione veneziana, le rielaborazioni di brani della scuola serenissima del Cinquecento operata da Christina Kubisch ne Il viaggio della voce / Travelling Voices, lavoro per voci registrate commissionato alla compositrice tedesca dalla Biennale. 

In un continuo alternarsi dialogante di presente rinascimentale e di contemporaneo pre-registrato e manipolato, il viaggio del pubblico, seduto e fermo, seguiva i continui rimbalzi fra le cupole della basilica. 

Un bellissimo punto di inizio per sfruttare l’architettura musicale del luogo anche in funzione della contemporanea e non solo per le esecuzioni del passato.

 Non un caso, infatti, che il brano sia poi stato votato come migliore esecuzione della programmazione, da una giuria composta da sette allievi under 25 dei Conservatori del Veneto che già aveva deciso il premio di miglior coro/ensemble.

A conclusione di questa prima parte di programmazione, la trasferta serale del 22 settembre nel nuovo spazio del Teatro del Parco Bissuola a Mestre, con il primo concerto (di tre) della sezione Solo Voice, interessante iniziativa oltre i confini serenissimi, per esplorare ambiti più giovanili di solo performance. 

La performance di Ahmed El Ghazoly, in arte Zuli, per voce ed elettronica in live set, si è caratterizzata per importanti problemi tecnici, con un volume dell’effettistica e del canto dal vivo decisamente fuori decibel per uno spazio comunque piccolo come quello del Teatro.