Il volto sfaccettato di Archivio Zeta

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Andato in scena a Villa Aldini (Bologna) fino al 19 settembre 

In occasione del bicentenario della nascita di Dostoevskij (1821-2021), la compagnia teatrale Archivio Zeta conclude il progetto triennale dedicato al grande scrittore russo con Il volto, drammaturgia originale ispirata principalmente a L’idiota e a un frammento di Delitto e castigo. 

“In questi mesi che hanno sconvolto il mondo siamo stati costretti a incontrare gli altri senza mai mostrare il volto. Questo spettacolo è dedicato a tutti noi, senza volto, smarriti e isolati. Il teatro è il luogo aperto in cui vorremmo essere: il vuoto il verbo il nostro volto.” 

Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, in residenza sulla collina dell’Osservanza di Bologna portano in scena uno spettacolo itinerante, composto per quadri. 

Si parte dal racconto biografico di un trauma, una vera e propria rinascita per Dostoevskij, graziato sul patibolo dallo zar che decide di commutare la sua pena in anni di lavori forzati in una gelida e nevosa mattina rappresentata davanti al tempio napoleonico e neoclassico. 

Da lì si entra nel vivo della riflessione sul volto, su come rappresentare la sofferenza di un essere umano qualunque prendendo ad esempio Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein (1521). Una pittrice e l’Idiota tornato in patria dopo un lungo viaggio conversano di questioni esistenziali provando a dare definizioni a concetti complessi come il dolore, la finitudine dell’essere umano e il senso del suo esistere. La Rotonda della Madonna del Monte fa da cornice al loro dialogo, avvolgendo l’atmosfera di misticismo. 

Si ritorna alla luce crepuscolare dei prati nell’ampio parco per l’apparizione di un angelo/bambina che annuncia una terribile pestilenza che si diffonde inesorabilmente travolgendo i più, salvando pochi fortunati. Facile immergersi nella profezia tornando al terribile periodo che stiamo vivendo da marzo 2020. 

La peculiarità stilistica e poetica di Archivio Zeta si conferma una carta vincente. Dovstoevskij è al centro: studiato, setacciato, sbrindellato ma non per questo “usato”. Le sue parole si fanno terreno fertile per il viaggio concettuale (e fisico) dello spettacolo. La compagnia riesce così a trasformarlo in altro, calandolo nella contemporaneità e soprattutto donando allo spettatore carte che forse non sapeva di avere nel suo stesso mazzo. 

                                                                                                                                                 Erika Di Bennardo