“L’armata Brancaleone” di Roberto Latini

Recensione di Erika Di Bennardo

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La futuristica e surreale armata Brancaleone di Roberto Latini

 

Andato in scena all’Arena del Sole di Bologna

Otto personaggi scendono dal cielo seduti su una trave. Intrappolati in tutine dai vivacissimi colori e uno stemma sul petto, imparruccati ed eccessivamente “posticci”. 

Sono i protagonisti de L’armata Brancaleone, adattamento teatrale di Roberto Latini del grande film del 1966 di Mario Monticelli, da lui scritto con Age & Scarpelli. 

E solo di scrittura si può parlare, associando il film allo spettacolo. Fin dall’inizio, in cui un’attrice interpreta la sceneggiatura come se stesse leggendo, elencando anche effetti sonori e didascalie. 

Il medioevo della pellicola è spazzato via dall’assenza di un preciso contesto spazio-temporale. I personaggi sono quasi degli alieni, si muovono in uno spazio altro arido, se non fosse per qualche sporadica figura geometrica e per il sapiente gioco di luci di Max Mugnai, che disegna ambientazioni psichedeliche e crea anfratti, porzioni di spazio vivido, che prendono vita tramite i corpi stessi degli attori. 

La sceneggiatura del film è presente ed è, come accennato prima, l’unico collante con l’originale. Resa voce viva dal coeso gruppo di attori che si avvicendano sul palco, ritroviamo quindi le immortali battute del film, quel latino misto a volgare misto ai dialetti del centro Italia che tanto caratterizza certi personaggi. 

Su tutti troneggia lo stesso regista, che si aggira per il palco sorvegliando il gruppo in vestito nero e parrucca bionda, nei panni di Arnolfo “Mano di Ferro” e della morte che segue (o insegue) l’armata nel suo viaggio itinerante. 

L’incertezza e la lotta per la sopravvivenza accompagnano le sfortunate e ilari vicende dell’armata che attraversa ameni territori compiendo battaglie improbabili per arrivare all’agognata meta di Aurocastro. La narrazione procede per quadri ben distinti, in un ritmo serrato (forse fin troppo), merito di un cast affiatato e affilato come una grande macchina da guerra. Nel “gioco” interpretativo si predilige la commedia dell’arte, con pose rigide, vezzi comici e ammiccamenti al pubblico.

Nel libretto di sala Latini scrive che la sua armata Brancaleone “è patafisica, una condizione del pensiero”. L’astrazione condita da una massiccia dose di fantasia e poesia può incantare e far sognare ma, come il palloncino bianco che girovaga qui e lì sul palco, rischia di far volare troppo in alto. 

                                                                                                                      Erika Di Bennardo