“L’elisir d’amore”

Recensione di Vito Fabio

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“L’elisir d’amore” fa il pieno al teatro di Donizetti di Bergamo e inonda di emozioni
Pubblico in visibilio per l’opera più importante del Maestro bergamasco in una versione mai ascoltata in Italia

“L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti ha “stregato” tutti a Bergamo. Già prima dell’inizio dello spettacolo nel teatro intitolato al Maestro bergamasco riaperto al pubblico dopo oltre tre anni di restauro s’avvertiva la frenesia dei potenziali spettatori di voler esserci, assistere al melodramma giocoso in due atti di Felice Romani per la regia di Frederic Wake – Walker nel nuovo allestimento della Fondazione che l’ha organizzato. Quale allora migliore opera di Donizetti nella sua Bergamo che celebra così il suo figlio più illustre con il Maestro che si ripresenta al cospetto della propria gente in modo nuovo per far dimenticare il periodo più nero della pandemia di cui Bergamo è stata la vittima, per restituire la speranza dopo tanto dolore e far festa. E festa è stata. Da quando, nel prologo all’opera, appare sul palcoscenico una bimba che saluta sorridente il pubblico mentre qualche secondo dopo fa il suo ingresso il maestro delle cerimonie Manuel Ferreira che spiega agli spettatori – a cui è son state consegnate delle bandierine colorate con su scritto un celebre passaggio da dover cantare – cosa sarebbe appunto accaduto proprio all’inizio del secondo atto. Iniziano le prove. Ferreira intona il canto e poi a seguire il pubblico: prima la galleria e poi la platea. Tutto è pronto. E il pubblico è già caldo. Nel frattempo, fa il suo ingresso nel golfo mistico il direttore d’orchestra Riccardo Frizza e partono i primi appalusi. E  Il primo atto inizia con il preludio e il coro d’introduzione dove viene rappresentata una campagna che s’estende nel territorio basco tra Spagna e Francia dove gli abitanti di un borgo, mentre lavorano nei campi, cantano rinfrancandosi dalla calura estiva. Tra i lavoratori si distinguono la scaltra villanella Giannetta (Anais Mejias), la bella Adina (Caterina Sala) proprietaria della cascina che dà lavoro ai braccianti e li intrattiene nella lettura della storia di Tristano e il povero Nemorino (Javier Camarena) innamorato perdutamente della bella Adina. Quest’ultima è anche corteggiata dal “sargente” Belcore e tutto ciò induce Nemorino a dichiararle follemente il suo amore. Adina cerca di convincerlo a lasciar perdere e d’andare, piuttosto, in città ad accudire lo zio ricco e malato. Nel frattempo, giunge – fuori scena, dall’ingresso principale del teatro che dà sulla platea –  richiamato dalla folla osannante il dottor Dulcamara, un ciarlatano che rivela di possedere una particolare pozione che guarisce da tutti i mali. Nemorino gli svela il suo amore per Adina e gli fornisce così una bottiglia, spacciandola per una sorta “d’elisir d’amore” dove in realtà c’era del buon vino rosso di Bordeaux – . Cosicché Dulcamara gli spilla tutti i soldi, e gli dice che trascorse 24 ore, (il tempo necessario per poter svignarsela impunemente) Adina si sarebbe innamorata di lui. Nemorino è felice e trasognato, e ad un tratto mentre Adina gli s’avvicina, questi fa finta di non curarsi più di lei in attesa che trascorra una giornata intera e fare in modo che sia lei, stavolta, ad innamorarsi di lui. Adina orgogliosa allora s’indispettisce dell’atteggiamento del suo spasimante e decide subito di voler sposare Belcore. Nemorino cerca allora di dissuaderla ed attendere almeno un giorno prima che faccia questo passo fin troppo azzardato. 

Finisce il primo atto. Il secondo inizia con l’ingresso del notaio che si prepara ad effettuare le nozze tra Adina e Belcore ed è qui che il pubblico diventa partecipe assieme agli abitanti del villaggio, delle nozze tra i due. “Guidati” dal maestro delle cerimonie Ferreira, ecco dunque che il teatro diventa un coro unico che intona: “Cantiamo, facciam brindisi a sposi così amabili. Per loro sian lunghi e stabili i giorni del piacer”. E’ l’apoteosi. Il pubblico divertito, applaude mentre la scena sul palco prosegue. Qui Adina non vede però Nemorino che avrebbe desiderato esser presente e fa rinviare soltanto di qualche ora il suo matrimonio. In questo frangente, Nemorino disperato, “recupera” un’altra bottiglia dal solito Dalcamura e per ottenere i soldi per comprarsela si fa convincere da Belcore di arruolarsi come soldato che gli dà così venti scudi. Contestualmente, si vocifera nel villaggio della morte dello zio di Nemorino che gli ha lasciato una cospicua eredità. Nemorino, oramai ubriaco, non sa ancora della dipartita dello zio e viene corteggiato da tutte le donne del paese. Pensa allora che l’elisir abbia fatto effetto, mentre Dulcamara ritiene che il suo intruglio oltre a guarire faccia finanche innamorare e di questo cerca di convincere anche Adina che si sottrae all’inganno dell’imbonitore buttandogli a terra e rompendole, gran parte delle sue bottigliette. Lo spettacolo è un crescendo di emozioni e gli applausi via via si fanno sempre più intensi fino al momento dell’entrata in scena, solitario, di Nemorino che, triste, aveva scorto “la furtiva lagrima” della sua Adina. Una “furtiva lagrima” che, evidentemente, quando egli non le prestava attenzione, scappò alla sua bella, segno inquivocabile che poi lei non gli era così indifferente. Tuttavia, Nemorino accetta, arrendevole, il suo destino di perdere definitivamente la sua amata. Si tratta di un momento d’infinita commozione che fa scattare il pubblico in un applauso fragoroso e duraturo. C’è, che infine è Adina a “spogliarsi” del suo orgoglio, viene incontro a Nemorino e gli porge il contratto dell’arruolamento restituendogli i venti scudi. Ma Nemorino sia pur ridiventato libero  da costrizioni, vorrebbe sapere se Adina voglia dirgli dell’altro perché, a questo punto, è meglio “morir in battaglia” che non esser amato da lei. Ed è qui che Adina si “apre” ad un Nemorino incredulo, rivelandogli di amarlo a sua volta, mentre egli si sforza di capire se l’elisir di Dulcamara non l’abbia tratto ancora in inganno. L’abbraccio affettuoso tra Nemorino e Adina fa il resto. Il pubblico appalude a scena aperta per diversi minuti i due innamorati stretti stretti l’uno all’altro. Ma non è finita. Belcore sorprende i due amanti nel bel mezzo della rivelazione di Adina e si fa cavallerescamente da parte, mentre Dulcamara continua ad aver buon gioco e dire che il suo elisir oltre a guarir tutti i mali fa anche arricchire chi era povero… Il pubblico applaude intensamente e ripaga in un crescendo tutti i protagonisti e la musica di un Donizetti ritornato alla grande e che fa risplendere il “suo” teatro di una nuova luce per una proposta musicale del festival dedicato a lui “in una versione – si legge in una nota – mai ascoltata in Italia: assolutamente integrale, per cominciare, nelle tonalità originali ed eseguita con gli strumenti storici. Alla ricerca del suono “autentico” dell’orchestra di Donizetti”.