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Un tram che si chiama desiderio

In scena al Teatro Quirino di Roma fino al 6 febbraio 2022.

È il maestro di fama internazionale Pier Luigi Pizzi, co-fondatore della Compagnia dei giovani, a dirigere (suoi anche l’adattamento e le scene) il capolavoro di Tennessee Williams. Pubblicato nel ’47 e vincitore del Premio Pulitzer nel ‘48, il dramma suscitò scandalo affrontando tabù come l’omosessualità, il sesso, il disagio mentale, la famiglia come luogo di violenza, il maschilismo, il maltrattamento delle donne, l’ipocrisia sociale, i pregiudizi morali. Nel ’51 arriva la trasposizione cinematografica di Elia Kazan con Marlon Brando e Vivian Leigh.

Si dice che su un tram, su cui girovagava da studente, Tennessee Williams abbia maturato l’idea di un dramma che svelasse il lato oscuro del sogno americano.
La vicenda è ambientata nella New Orleans degli anni Quaranta. Blanche Du Bois, dopo il pignoramento della casa con la piantagione di famiglia e il licenziamento dalla scuola per aver avuto una relazione con uno studente diciassettenne, si reca col tram chiama ”Desiderio” dalla sorella più giovane Stella sposata con Stanley Kowalsky, uomo rozzo e volgare di origine polacca.
Rimasta vedova in gioventù di un ragazzo di cui ha scoperto l’omosessualità, Blanche è alcolizzata ed emotivamente fragile, desiderosa tuttavia di una stabilità affettiva che possa riscattare i suoi errori.

La presenza della donna minaccia l’equilibrio della coppia basato sulla sottomissione di Stella alle angherie del marito che Blanche non perde occasione di biasimare scatenandone ulteriormente la reazione violenta e triviale. Tra mani di poker con gli amici e brutali litigi, i due conducono un’esistenza burrascosa ma passionale in cui si insinuano i lati oscuri del passato di Blanche la cui mente fragile nega la realtà e insegue un sogno romantico con Mitch, al quale dice al chiaro di luna: “Non voglio realismo. Voglio magia. Io tento di fare della magia, altero la realtà. Non dico la verità ma quella che vorrei fosse la verità”.

Smanioso di rivendicare il suo diritto all’eredità della moglie in base al “codice napoleonico”, Stanley acquisisce informazioni sugli anni trascorsi da Blanche presso un albergo di infimo ordine a consumare rapporti sessuali con sconosciuti, poi informa l’amico che si rifiuterà di sposarla. L’assenza di Stella per la nascita del suo bambino fornirà a Stanley l’occasione per imporre la sua insana passione alla cognata. La psicosi generata dai traumi e dagli abusi pregressi che si mimetizzava dietro candidi entusiasmi e frivolezze, dopo la violenza degenera nella follia che la condurrà all’internamento. Scioltasi i capelli a simboleggiare la totale remissione, seguirà docilmente il medico dichiarando di avere sempre fatto il massimo affidamento sulla gentilezza degli sconosciuti.

La traduzione di Masolino D’Amico ci restituisce le atmosfere originarie.

Le vicende si intrecciano intorno alla scenografia verticale che delimita in alto lo spazio comune del condominio e sul palcoscenico il modesto appartamento della coppia costituito da un unico ambiente dall’opprimente atmosfera grigia in cui è impossibile aspirare all’intimità. L’alternanza giorno/notte è disegnata dall’artigiano della luce Luigi Ascione, mentre le musiche di Matteo D’Amico sottolineano i momenti cruciali amplificando la tensione.

Mariangela D’Abbraccio incarna con la fisicità prorompente e l’incarnato diafano l’esuberanza e la fragilità di Blanche attraverso i passaggi emotivi dalla vanitosa esibizione di sé alla tragica follia. L’altro cardine dell’impalcatura drammaturgica è lo Stanley di Daniele Pecci dotato del physique du rôle del dannato tenebroso e di una notevole carica di erotica volgarità.

Giorgia Salari è la remissiva Stella, Eros Pascale è Mitch, Erika Puddu, Massimo Odierna, Giorgio Sales, Francesco Tavassi e Stefania Bassino gli altri interpreti.

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