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Vite a scadenza 

Recensione di Tania Turnaturi

      In scena al Teatro Belli di Roma fino al 14 aprile 2022

Premio Nobel per la Letteratura nel 1981, Elias Canetti inizia la sua “battaglia contro la morte” all’età di sette anni, quando la madre gli comunica bruscamente, mentre stava giocando, che il padre era morto. Di quel trauma non si libererà più. 

Nato in Bulgaria nel 1905 da una famiglia sefardita che si trasferisce dopo qualche anno in Inghilterra, dopo la scomparsa del padre si sposta tra Vienna e Zurigo. A Berlino conosce Brecht e consegue il dottorato in chimica, iniziando a tradurre opere di autori americani. L’annessione dell’Austria e l’ascesa di Hitler nella Germania nazista lo costringono a rifugiarsi a Londra, tornando poi a Zurigo, dove morirà nel 1994.

Nel 1942 inizia ad annotare i pensieri contro la morte. “Non posso lasciar passare questa guerra senza forgiare nel mio cuore l’arma che sconfiggerà la morte” scrive.

Dopo il Nobel, Canetti continuava ad affrontare il tema che ha permeato la sua esistenza (intanto il suicidio della prima moglie e la morte della madre con cui aveva sviluppato una dipendenza conflittuale) tentando di portare a termine Il libro contro la morte, raccolta di racconti, aforismi e invettive contro le tradizioni, le religioni e le istituzioni che educano l’essere umano ad accettarla. Suppone che la soluzione surreale possa trovarsi in una società dove si possa morire senza troppo clamore, semplicemente sparendo.

La pièce del 1964 Vite a scadenza è il tentativo di ipotizzare una società futura, visionaria e distopica, in cui gli esseri umani vengono identificati semplicemente col numero che rappresenta la durata in anni della propria vita, che cessa di essere imprevedibile. Avendo ciascuno a disposizione un tempo certo, pianificherà le scelte con la certezza di non correre rischi di morte improvvisa e scrollandosi di dosso tutte le infrastrutture mentali e le pastoie emotive di confidare nella religione o nella filosofia.

In ogni essere umano è incorporata una capsula che soltanto il capsulano può aprire all’atto della morte, contenente la data di nascita e di morte coincidente col compleanno ma che nessuno deve rivelare agli altri, quindi i compleanni non si festeggiano. In un mondo così concepito non esistono imprevisti, tutte le relazioni umane sono pianificabili: un uomo che volesse vivere tutta la vita con una donna la sceglie di ‘cifra alta’, se vuole cambiarne molte le sceglie di ‘cifra breve’; se una madre perde un figlio in tenera età non soffre perché ne è consapevole fin dalla nascita. Tutti parlano della morte e nessuno la teme.

È la ricetta per esorcizzare la paura della morte? Probabilmente no perché, privato della possibilità di sfidarla e sentirsi immortale, l’essere umano è demotivato, annoiato e incapace di provare sentimenti. Un automa che vive una vita meccanica, privo di anima e volontà.

Cinquanta non accetta questa modalità, si interroga, contesta: “Mi siete tutti indifferenti. Voi non siete vivi. Voi siete tutti morti. Io sono vivo. Io non so quando morirò, per questo sono l’unico. I vostri anni ve li portate appesi al collo. Voi portate appese al collo delle capsule vuote. Non sono vostri nemmeno gli anni che credete vi appartengano! Non avete niente! Non c’è niente di sicuro! Le capsule sono vuote! Tutto è incerto come lo è sempre stato. Chi ha voglia di morire, può farlo già oggi stesso. Chi non ne ha nessuna voglia, beh, morirà lo stesso. Le capsule sono vuote! Le capsule sono vuote!”. Dimostrerà di avere ragione.

Claudio Boccaccini rilegge con un libero adattamento il dramma di Canetti e imposta la sua cifra registica mettendo in scena un gruppo di nere figure, che articolano movimenti sincopati sullo sfondo di un orologio privo di lancette. Assunte movenze naturali, allestiscono siparietti a due appellandosi col numero che li caratterizza, raccontando le vicende della propria vita senza coinvolgimento empatico, alcuni addirittura annoiati e disincantati. Questa polifonia di voci descrive vite senza speranza e senza sfide, in una prova corale di efficace straniamento che amplifica il disagio di assenza di futuro. Dopo la presa di coscienza perché spronati da Cinquanta, la conclusione è da commedia brillante, con un canto collettivo che sprigiona gioiosa energia liberatoria. 

Boccaccini dirige il cast della sua scuola di teatro di cui fanno parte i due figli d’arte Andrea Pannofino e Lorenzo Rossi insieme a Marina Basile, Alessia Consorti, Riccardo Frezza, Giorgia Guarnieri, Marta Marino, Paolo Matteucci, Andrea Meloni, Daniela Moccia, Fabrizio Musillo, Alessandra Tedeschi e Anastasia Ulino.

La musica originale del coro è di Alessio Pinto, luci e suono di Andrea Goracci.

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