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Teatro Nino Manfredi, I giganti della montagna

A Roma (Ostia) fino al 5 febbraio 2023

Ultimo testo teatrale scritto da Luigi Pirandello, anch’esso tratto dalle “Novelle per un anno”, opera corale e incompiuta, con un finale dettato al figlio poco prima di morire. Testamento artistico e sintesi della poetica del drammaturgo agrigentino, in cui si riannodano i temi pirandelliani: l’essere umano è come lo vedono o come si percepisce? gli attori sono vivi e interpretano un ruolo oppure sono i personaggi che rappresentano o addirittura proiezioni di un sogno? non provano emozioni ma le suscitano? quando esprimono passioni recitano o vivono?

Il primo atto intitolato “I fantasmi”, il secondo, che dà il titolo alla pièce, fu interrotto dalla morte dell’autore, il terzo non fu mai scritto. Il lavoro venne rappresentato postumo nel 1937 al Maggio Fiorentino.
Una compagnia di attori sbandati fa irruzione nella diroccata villa “La Scalogna” dove ha trovato rifugio un gruppo di disadattati. L’attrice protagonista (la contessa) vuole recitare “La favola del figlio cambiato” (dramma in versi dello stesso Pirandello), scritto da un poeta morto suicida per amor suo, riproponendo così il tema del “teatro nel teatro”.
Il Mago Cotrone, guida degli Scalognati, descrive il loro mondo, quell’“oltre” utopico e poetico in cui l’immaginazione rende tutto reale e ogni notte i sogni e i pensieri diventano vividi: “Siamo qui come agli orli della vita, che a un comando si distaccano, entra l’invisibile, vaporano i fantasmi. Avviene come nel sogno, io lo faccio avvenire anche nella veglia”. Intanto nere figure danno corpo ai desideri (grafica Giorgia Guarnieri) perché “i sogni vivono fuori di noi”, e Cotrone propone alla contessa di rappresentare l’opera per loro che credono ai fantasmi più che ai corpi, ma la contessa rifiuta perché vuole recitarla per gli uomini. Cotrone le propone di rappresentarla ai Giganti che vivono sulla montagna, forti fisicamente e un po’ ottusi, dei quali si odono le grida selvagge mentre cavalcano verso il paese per una festa di nozze, incutendo terrore agli attori.

Non c’è cesura tra vita e sogno, dramma vissuto e dramma rappresentato, tutti i personaggi vivono contemporaneamente nella realtà, nella finzione e nel sogno, tracciando una spirale su cui si annoda anche la trama poiché i personaggi stanno tutti in scena, ognuno con la sua verità, la sua concezione di sé e degli altri, la sua visione del mondo e del tempo.

Un finale non scritto, ma freudianamente compiuto nella perenne esternazione della vita e della psiche umana, da Freud analizzata e da Pirandello rappresentata.
Mito, Magia, Sogno spezzano i confini e i limiti della realtà dando vita alle allucinazioni, esprimendo l’inesprimibile, dove si diventa materia dei sogni, liberi non più (come nelle opere precedenti) perché rifugiati nella pazzia, ma fluttuanti nella primitività del Mito dove si è privi del corpo e “padroni di tutto e di niente”. Questa consolazione surreale, però, viene sconfitta dal magma caotico della realtà, il “Caos”, cioè i Giganti, metafora della borghesia del tempo ignorante e insensibile nei confronti dell’arte.

Claudio Boccaccini riprende la rivisitazione della produzione letteraria pirandelliana con questo allestimento, cui aggiunge il finale riferito dal figlio dell’autore in cui i Giganti rifiutano di assistere alla rappresentazione ed inviano i propri servitori incolti che la fischiano, e Ilse rimane uccisa nel parapiglia.
Il colore di costumi e luci è la cifra stilistica di Boccaccini che realizza una messinscena onirica di impatto felliniano nella fantasmagoria degli Scalognati magici e ‘vivi’, dai coloratissimi e bizzarri costumi clowneschi (di Lucia Mirabile) e dalla parlata sincopata e stralunata dalla cadenza napoletana, giocosamente irrazionali, mentre Cotrone è un mago misurato, consapevole che tutto è niente e niente è necessario, e solo i poeti danno coerenza ai sogni in cui palpitano le anime liberate dai corpi e dalle maschere. “Dimissionario dal mondo per il fallimento della poesia della cristianità” vagheggia una società lirica ma sa di doversi misurare con le volgarità, mentre Ilse grida “Io ho paura! Ho paura!”.
L’assenza di scenografia esalta a tutto tondo la recitazione, esuberante e burlesca quella degli Scalognati, vibrante quella degli attori della compagnia, accentuata dal contrasto dei costumi, colorati ed estrosi i primi, bianchi i secondi, e dal gioco di luci (di Andrea Goracci) che amalgamano una polifonia di voci e di anime, sul sottofondo di suoni ritmici che evocano la musica minimalista.
Silvia Brogi esprime una forte drammatizzazione della nevrotica e fragile contessa, Felice Della Corte è un Mago Cotrone che enuncia in sordina la volontà della Poesia e del Teatro di resistere al degrado, sapendo che sono destinati al fallimento. Marina Vitolo, Marco Lupi, Fabio Orlandi, Titti Cerrone, Luca Vergoni, Marco Guidotti, Anastasia Ulino, Michele Paccioni, Carmelo Stifano gli altri interpreti.

Tania Turnaturi

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