martedì, Febbraio 27, 2024

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Copi. Madame Delirio di Phoebe Zeitgeist al PAC di Milano

Copi. Madame Delirio di Phoebe Zeitgeist

Un Copi elettrizzante elettronico: il sottile confine tra spectare e morire

Allucinazioni sparse..

Per chi non lo conoscesse ancora, vale la pena spendere alcune parole su Copi. Nome d’arte per il drammaturgo e fumettista argentino Raùl Damonte Taborda Botana (Buenos Aires 1939-1987). Scomparso dopo aver immaginato la sua morte all’interno di una sua pièce dal titolo “Una visita inopportuna” nel 1988 (quella della morte, appunto) utilizza un linguaggio pungente e diretto dentro un mondo che può far ridere di situazioni serie quanto assurde e piangere per situazioni apparentemente divertenti. Quando parla attraverso i suoi testi, resta sempre il dubbio se faccia sul serio o stia scherzando. Omosessuale, anticonformista, politico, sexy non sessuale, grottesco, genio nei finali con colpi di scena. In occasione della mostra milanese al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano dal titolo Argentina. Quel che la notte racconta al giorno(21.11.2023/11.02.2024), la compagnia Phoebe Zeitgeist ha proposto la messa in scena di una performance su Copi, pronta ad interloquire con gli spazi del museo, diventandone parte integrante. Copi. Madame Delirio è la messa in scena, in una nuova riscrittura drammaturgica (di Giuseppe Isgrò e Francesca Marianna Consonni), di alcuni testi teatrali di Copi. Non è certo il primo amore tra Phoebe e Copi, se pensiamo che Copi. Madame Delirio è la terza regia firmata da Giuseppe Isgrò sull’autore argentino dopoLe quattro gemelle”, “Loretta Strong” e “La giornata di una sognatrice”.

Sembra esista un intrigante fil rouge tra i testi di Copi e gli spettacoli di Phoebe Zeitgeist: entrambi sono contenitori esplosivi di passaggi di energia pulsante e destabilizzante, sono corsie psichedeliche ad alta velocità di parole pungenti e potenti, sono strumenti di comunicazione fuori dagli schemi dove le maschere si frantumano e cadono, dove i luoghi comuni si fanno esplodere.

Siamo al Ballo delle Checche (testo di Copi, 1977) – una specie di happening che fa irruzione negli spazi del museo? – che, in salsa Phoebe Zeitgeist, diventa un party elettronico a luci stroboscopiche il cui invito-locandina diffuso su internet per giorni, è cosparso di “di-segni osceni” tracciati con rossetto per labbra (“ Sapete cosa ha fatto? Ha disegnato su tutti i muri della camera con il rossetto per le labbra. Ha fatto disegni osceni” Copi, Eva Peron). Ad accoglierci delle vere hostess-topo per niente scontate: si tratta dei topi pullulanti nelle pièces di Copi che, per l’occasione, sono balzati fuori dalle pagine per abitare la scena negli spazi del museo. In pieno stile Phoebe Zeitgeist i veri i protagonisti di questa performance sono la voce e il potere seduttivo del suono della parola enunciata che, quasi complici nella creazione di uno spaesamento percettivo, concorrono a coinvolgerci nel delirio di Madame, di Madame Copi:

Ecco la mia proposta: in questo romanzo sarò un masochista. Diciamo che l’ho scoperto nel 1965, quando ho cominciato a vivere pubblicamente da omosessuale dopo averlo fatto di nascosto per parecchio tempo. Il masochismo mi si rivelò come un’omosessualità in più o di riserva. Fino ad allora avevo vissuto l’omosessualità come un vizio, una volta resa pubblica diventava quasi una virtù, mi rifugiai nel masochismo. Avevo una decina di partner. Non l’hanno mai saputo” (da Copi, Il Ballo delle Checche).

Il microfono è posizionato su una scena palco-centrale che può essere circondata dal pubblico su ogni lato, mentre la penetrante voce fuori campo di Daniele Fedeli sottoposta a effetti di duplicazione della parola enunciata, si unisce al live set elettronico di Shari DeLorian creando un soundscape immersivo di tormenti sonori ipnotici. Il  museo si trasforma in un club intimo di evocazione berlinese dove si possono intravedere topi che leggono il Mein Kampf e dove i personaggi di Copi sono allucinazioni sparse. Di Pierre, il giovane ragazzo romano per cui Copi aveva perso la testa, Copi scriveva “ha bisogno del mio sguardo per vivere (…) sono già il suo assassino. Io, nel momento in cui scrivo l’ho già dimenticato“.  Il confine tra spectare (guardare) e morire è sottile.

Inizia qui il viaggio in questo party dal gusto fetish-macabro con riusciti esiti grotteschi, dove incontriamo ex fidanzati di Copi, frustini, frigoriferi tomba-abitabili dove potersi suicidare e poter ridere in faccia alla morte: “Come mi devo vestire per entrare nel frigo? Forse potrei suicidarmi in posa da ninfea…?(….) Dite semplicemente che una pazza è entrata in frigo. I miei amici capiranno. Sono la settima suicida di stasera? Ma non dentro un frigo? Si? Ma l’ho lanciata io una moda” recita Daniele Fedeli nel personaggio di L. di Il Frigo di Copi.

Le questioni di genere con Copi diventano questioni politiche quando l’ex first lady dell’argentina Eva Peron (il ruolo è interpretato dalla fuoriclasse Francesca Frigoli), viene rappresentata come una drogata lesbica malata di cancro, qui con il suo uomo-cane che porta al guinzaglio. Il suo refrain urlato “merdaccia cane” risuona grottescamente dall’alto del “balcone fatidico”, quello da cui, nel prossimo discorso politico avrebbe promesso la pensione a 50 anni e l’aborto gratuito (sullo sfondo si intravedono bambole-bambini morti). Vaga per gli spazi del Pac, Eva Peron-Frigoli. Non svelerà mai a nessuno la combinazione della sua cassaforte (che alla fine si rivelerà vuota), nè si arrenderà alla sua morte: sostituirà il suo corpo con quello della sua infermiera morta a cui farà indossare il suo vestito da presidentessa per non far destare sospetti. Don’t cry for me Argentina, echeggia così il brano storico di Madonna (musical Evita) tra le pareti del PAC, conferendo alla performance un valore quasi eterno.

Il sottile confine tra esistere come spettatori (da spectare: guardare) e il non esistere affatto nel hic et nunc della performance, viene riproposto quando ci viene puntata una torcia accesa addosso che fulmineamente disturba la nostra visione per qualche istante.

Esistiamo finchè ci guardano o esistono finchè li guardiamo?

É un peccato che non si sia potuta replicare la performance di Copi. Madame Delirio al Pac di Milano, ma Copi, probabilmente sarebbe stato soddisfatto così: come un meteorite, illumina (incendia?) cieli bui (macabri viaggi in un grottesco erotismo?) e poi si spegne o, come accade ai suoi personaggi, muore e rinasce infinite volte, o, forse, non muore affatto.

Come Eva Peron.

To be continued…

Lavinia Laura Morisco

 

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